Io e il calcio… Davide Re

Scritto il 24/05/2021
da Pino Lazzaro

 L'incontro 


Con il primatista azzurro dei 400 metri



Di sport da piccolo ne ho fatti proprio tanti, via via crescendo ne sono rimasti tre: in settimana la pallavolo e l’atletica, lo sci nei weekend. Attorno ai 14 anni ho insistito più sullo sci: ho lasciato così la pallavolo e ho continuato con l’atletica, soprattutto come preparazione per lo sci.

E poi?
Buoni risultati con entrambe le discipline: a 15 anni mi sono piazzato 3° nello slalom al Trofeo Topolino e 1° nei 300 metri nel Criterium Cadetti di atletica. Sentivo però che mi trovavo più a mio agio con l’atletica, così, a 16 anni, dopo il 6° posto nello slalom con gli sci agli Italiani, con appena due mesi di preparazione mi sono ritrovato a correre i 400 metri ottenendo il minimo per partecipare ai Mondiali U18 di Bressanone, arrivando poi sino alla semifinale. Con lo sci ho continuato sino ai 18 anni, ho preso il diploma di maestro di sci, poi stop.

Dunque, l’atletica…
È stata proprio la convocazione in Nazionale per il Mondiale U18 a farmi pensare che potevo provarci, che magari potevo anche arrivare a fare il professionista. I primi due anni però non ho fatto altro che farmi male, sempre ai bicipiti femorali: con lo sci erano i quadricipiti quelli forti e non ero così bilanciato. È stato più avanti, 19 anni, da juniores, che ho cominciato a capire che stavo meglio.



Un “mestiere”?
Sì, è un lavoro, certo. La prima cosa per forza di cose è e deve essere la passione, è lei che ti permette di fare quei sacrifici che tu così non senti tali. Ho così smesso allora pure l’università, ho messo tutto da parte, anche famiglia e amici, trasferendomi a Rieti. Fare l’atleta vuol dire che devi essere professionista a 360°: allenamenti intensi, lì a contare le calorie quando mangi, il dietologo, il nutrizionista, dal fisioterapista e dall’osteopata per prevenire gli infortuni, riposare quando serve.

Comunque un privilegiato?
Il privilegio che ho è quello di fare della mia passione il mio lavoro. Vale per tutti i lavori: sono convinto che il 90% dei miei amici non sarebbe in grado di fare quel che sto facendo io.



La tua stagione?
Anche per noi la preparazione dipende dal calendario, molta più quantità lontano dalle gare e via via più intensità avvicinandosi alle competizioni. La nostra stagione, quella outdoor, va grosso modo da maggio a settembre. Molti atleti, anche per combattere un po’ la monotonia, fanno pure l’indoor, a gennaio-febbraio, che io però non faccio: mi ci trovo poco con quel tipo di pista, 200 metri il giro e con le curve sopraelevate.

Meglio in allenamento o in gara?
Sono soprattutto un agonista, in gara vedo rosso, vado più forte che in allenamento. Più le sento le gare alla vigilia, più le patisco, meglio vado.

A Tokyo…
L’obiettivo a cui sto puntando è la finale olimpica, che vuol dire per me arrivare a correre in 44.50, è con quel tempo che posso starci. Se poi mi chiedi quale sia il sogno, dico solo che ce l’ho, qualcosa in più, ma mi fermo qui.



E dopo?
Intanto voglio finire gli studi, penso di specializzarmi come ortopedico, non mi dispiacerebbe poter lavorare poi con gli atleti. Ho ripreso a dare degli esami, ho quasi 28 anni, non posso durare più di tanto.

Qualcosa di calcio?
A Torino, allo stadio per vedere la Juve, ci sono stato qualche volta. Le partite capita che le guardi in tv, con gli amici. Per conto mio guardo solo quelle della Nazionale e quelle di Champions se ci sono le italiane. Fin da bambino simpatizzo per la Juve, per coerenza anche quand’era in B, ma non è che la guardo a tutti i costi.


Classe 1993, di Imperia, finanziere scelto con le Fiamme Gialle, Davide Re è il primatista italiano dei 400 metri, primo azzurro a correre sotto la barriera dei 45 secondi nel giro di pista (44.77 nel giugno 2019).
 
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