Rosalia Pipitone, il mio sogno Nazionale

Scritto il 15/07/2021
da Redazione


 La partita che non dimentico 


Vale anche se non ho giocato? Sì? Allora te ne devo per forza dire due. Una è la partita contro l’Australia al Mondiale di Francia e l’altra è la finale di Coppa Italia contro il Milan. Come detto sono partite in cui non sono stata una diretta protagonista ma si sa che c’è molto e molto altro al di là dei 90 minuti giocati, so che l’ho dato di sicuro il mio contributo. Certo, il “fare spogliatoio”, quel che ho sempre cercato nei miei anni di calcio è di far valere il gruppo, quell’unione vera e profonda che quando davvero c’è, riesce pure a compensare un’eventuale differenza di talento. Per me queste due partite è come le avessi giocate.

 

Australia
Ero lì, a me pareva un sogno. Lucida, dentro la partita, non mi rendevo conto di nient’altro. Ripenso in particolare ai due gol di Barbara (Bonansea), quella gioia incredibile dopo il primo gol e al secondo il non rendermi davvero conto di quel che era successo. Un’azione quella che sarà durata, che so, due secondi e io che l’ho proprio vista al rallentatore, chissà perché, attimo dopo attimo, con l’esplosione del gol, un qualcosa di meraviglioso.

 



La finale di Coppa Italia: Roma-Milan
Una giornata infinita, quando mai a noi capita di giocare alle 20.30, bisognava pur far passare il tempo. Poi lo stadio, quello stadio, uno dei più belli d’Italia (il Mapei Stadium di Reggio Emilia), con finalmente la presenza di tifosi. Elisa (Bartoli, la capitana) lì che confessa d’essere più tesa che al Mondiale e certo che dev’essere così, dai. Quando infine siamo arrivate ai rigori, ero talmente tesa da non capire più nulla, come funzionava la sequenza, continuavo a chiedere che mi dicessero quando era quello decisivo, quando avremmo vinto se avessimo fatto gol.

I rigori
Caesar che ha parato il primo dei loro, s’è cominciato bene, io sempre lì a chiedere quando avremmo vinto. Ecco, mi dicono poi che se avesse segnato Vanessa (la Bernauer) avremmo vinto noi e non so quanto è durato quel tempo in cui lei da metà campo è arrivata al pallone. Per me in pratica un anno, rivivendo fatiche, delusioni, gioie, sconfitte, litigate, cene assieme, tanti pezzi di tempo passato col Covid, con ragazze che per più di un anno non hanno nemmeno potuto vedere le proprie famiglie. E via, quella corsa meravigliosa di tutti tutti, compresi magazzinieri, dottori, dirigenti, fisioterapisti, tutti tutti impazziti. Per me pure il momento migliore per lasciare Roma…



E adesso?
Ai primi di luglio ho dato l’esame per l’Uefa B e se tutto va bene penso d’iniziare un nuovo percorso, da allenatrice o da preparatrice dei portieri, vedrò. Alcune proposte le ho, potrei anche scendere di categoria, giocando ancora e iniziando ad allenare una Primavera o scendere magari pure sino alla C. Da calciatrice è dal basso che sono partita, la gavetta me la sono fatta tutta, nessun problema a rifarla. Rimarrò insomma nel calcio e spero di sapere e potere trasmettere questa passione che continuo ad avere, che anzi negli anni è andata via via crescendo, sempre di più.



Siciliana di Torretta, comune poco lontano da Palermo, per tutti Pipa, Rosalia Pipitone ha iniziato a giocare a calcio quasi di nascosto dai genitori che allora – poi tutto è cambiato – non vedevano di buon occhio per la figlia uno sport come il calcio. Prima squadra la Polisportiva Puccio Torretta, col successivo passaggio alle Aquile Palermo; con la zavorra di un grave incidente alle ginocchia, la serie A l’ha conquistata con la Res Roma, grazie alla vittoria nell’allora campionato di A2. Quattro le sue presenze nella Nazionale maggiore, compresa quella dello “storico” 3 a 0 al Portogallo che diede alle nostre ragazze la matematica certezza della partecipazione al Mondiale di Francia (competizione da cui mancavamo da vent’anni).