In onda: Massimo Ambrosini

Scritto il 08/11/2021
da Claudio Sottile

Nell’epica rossonera era e sarà “Arsenio Lupin”, per la sua capacità di rubare il pallone nei tackle difensivi e il tempo negli inserimenti offensivi. “Attacca il tuo nemico come un falco e scappa come il vento”, diceva l’incorreggibile ladro gentiluomo del cartoon giapponese nel terzo episodio della sua saga. Un mantra che racchiude il manifesto calcistico di Massimo Ambrosini, il centrocampista biondo che faceva impazzire il mondo (rossonero).



L’Italia vince gli Europei: giusto così?
“Assolutamente sì. Per tutto ciò che hanno fatto. Per il cammino, per come l’hanno costruito. Un successo strameritato, che premia il lavoro, la fatica e la visione di un grande allenatore”.

Ti aspettavi l’alloro di Wembley?
“Che fossero competitivi lo si sapeva già, che avessero l’intraprendenza di farlo vedere dovunque e contro chiunque è stata la vera soddisfazione principale. Tra il vincere e il non vincere passa un rigore, come è successo. Però tutti i presupposti erano stati creati per arrivare a trionfare. La sorpresa è stata fare tutto nel migliore dei modi per giungere, in quel momento, con quella condizione e quella convinzione”.

Da calciatore quanto ti sarebbe piaciuto stare nei 26 di Mancini?
“Anche da giornalista sarebbe stato bello e divertente (ride, ndr). La sensazione che il gruppo fosse speciale l’abbiamo avvertita tutti strada facendo. Mi sarebbe piaciuto, certamente sì”.

Prima davanti al microfono, ora sei dietro: nel calcio italiano si parla troppo?
“Siamo belli, bravi, simpatici, siamo tutto e il contrario di tutto. Fa parte della nostra cultura essere così”.



Gli arbitri, invece, parlano troppo poco?
“Quello sì. Studierei una forma comunicativa per loro, una sorta di confronto con la stampa o con l’esterno più o meno fisso, nel quale vengono spiegate un po’ di scelte, decisioni, o come è capitato in passato può avvenire l’ammissione di errori. Penso possa essere qualcosa di costruttivo”.

Quel "tuo" Vicenza che nel 1997/1998 raggiunse la semifinale di Coppa Coppe, è un caso replicabile nel calcio di oggi?
“Gli esempi dell’Atalanta e del Sassuolo, in maniera diversa e con più programmazione, sono ciò che è stato il Vicenza all’epoca. I biancorossi hanno avuto l’exploit di un anno e non hanno dato continuità, mentre le realtà di neroazzurri e neroverdi sono ampiamente consolidate”.

Una datata clip di Milan Channel su di te aveva “Moonlight Shadow”, una delle tue canzoni preferite, come colonna sonora. Nel pezzo Mike Oldfield canta “the night was heavy”, “la notte era pesante”: a quale momento della tua carriera applicheresti questo verso?    
“Anche se non ho giocato, la notte di Istanbul è stata indubbiamente difficile da digerire. Le carriere degli uomini e dei giocatori forti passano pure attraverso la gestione di determinate notti. Come si dice cadiamo per imparare a rimetterci in piedi”.



In quel tormentone anni Ottanta si ripete “I stay”, “io rimango”, non proprio lo slogan dell’estate 2021 contraddistinta dalle partenze dei parametri zero…
“Penso che sia un fenomeno che va non dico arginato, ma studiato. È un sistema che non rimette soldi nel mercato, bensì nelle tasche dei procuratori. È una problematica che favorisce, tra le tre parti che compongono un trasferimento, società, giocatore e procuratore, solo le ultime due. È delicato come problema, non so in che modo può essere gestito, ma è delicato”.

Questo Milan ti piace?
“Il Milan è una squadra logica conseguenza del percorso compiuto l’anno scorso. C’è la linea dei prospetti interessanti, da valorizzare ancora di più, con l’aggiunta di giocatori certezze, come in attacco”.

Alcuni osservatori paragonano Tommaso Pobega, rossonero in prestito al Torino, a te. Che ne pensi?
“Sì, ci può stare. L’ho visto giocare qualche volta, mi sembra un ragazzo che a livello fisico sia molto strutturato. Io, soprattutto da giovane, avevo caratteristiche tecniche diverse dagli altri e basavo molto la mia prestazione sul fisico, lui ha un tiro migliore e un’intraprendenza offensiva che ho imparato a maturare col tempo”.



Stando almeno ai tuoi profili social, non indossi spesso le scarpe con i tacchetti. Massimo Ambrosini non gioca a pallone?
“Non m’invitano più (ride, ndr). Gioco molto poco, ho affinato il running, vado a correre e mi alleno. Le partitelle con gli amici si fanno sporadicamente, il calcetto è un po’ andato, trovarne otto per il calciotto è complicato, quindi preferisco fare altro. Vado anche in bicicletta, qui a Pesaro ci sono zone bellissime da vedere in sella”.

Pensi di ritornare nell’ambiente con una mansione attiva e in prima linea, oppure il ruolo da commentatore televisivo è il secondo tempo definitivo della tua carriera professionale?
“Direi di no, altrimenti lo avrei già fatto. La scelta è stata prediligere la famiglia. Il ruolo che ho trovato mi piace, mi permette di coniugare la famiglia, i miei hobby, ho un po’ più di tempo libero che non avrei se tornassi in campo”.

Come hai vissuto i mesi da marzo 2020?
“Concentrandomi sui bambini e sulla speranza che, in un qualche modo, il futuro gli possa riconsegnare ciò che di bello in questi due anni gli è stato negato. Noi genitori abbiamo il compito di restituire loro la fiducia nel futuro, perché non sappiamo nella loro testata cosa possa aver lasciato questo biennio. Vaccino? L’ho fatto e sono favorevole”.