L’Indio che non perdona i portieri

Scritto il 16/12/2021
da Stefano Ferrio

 Una foto, una storia 



Nome d’arte di Enrique Guaita, “italiano” il tempo necessario a diventare campione del mondo nel 1934.

 


Una “folgore” durata tre anni
I veri predestinati hanno sembianze di folgori. Transitano dove il Fato ha stabilito, il tempo strettamente necessario a cambiare il corso degli eventi.
Se, di conseguenza, uno crede al Destino che, smazzando di continuo dadi e tarocchi, sposta le traiettorie delle nostre esistenze all'interno di sconfinati labirinti, avrà di che sbizzarrirsi con la non comune esistenza di Enrique Guaita, attaccante argentino naturalizzato italiano, nato a Lucas Gonzales nel 1910 e morto a Bahia Blanca nel 1959.



3 giugno 1934
Guaita è uno di quelli, rapidi e letali, che in area piccola esercitano qualcosa di simile a un potere assoluto, ruolo svolto anche con la maglia della Roma, indossata in questa fotografia tratta dall’archivio pregiatissimo dell’Associazione Calciatori. Di Guaita, i nostalgici cultori del calcio che fu conservano un’altra immagine, relativa al momento in cui, il 3 giugno 1934, allo stadio San Siro di Milano, lo si vede arpionare un pallone vagante in una coltre di segatura, per spingerlo in fondo alla rete, precedendo di un amen il disperato recupero in tuffo del portiere austriaco Peter Platzer. Poco importa, soprattutto all'arbitro svedese Ivan Eklind, che nella medesima istantanea si veda un Peppino Meazza accovacciato oltre la linea del gol, dove è finito per effetto di quella arruffatissima mischia.

Finale anticipata
Nella fattispecie, nessun offside verrà rilevato, e così, grazie a questa rapinosa zampata dell’oriundo Guaita, ceduto l’anno prima dall’Estudiantes di La Plata alla Roma, dopo venti minuti di gioco l’Italia realizza l’unico e decisivo gol della partita contro l’Austria valida come semifinale della seconda edizione dei Mondiali. È la stessa sfida da molti additata come finale anticipata del torneo, visto che contrapponeva la nazionale padrona di casa, allenata da Vittorio Pozzo, al favoloso “Wunderteam” asburgico, squadra delle meraviglie guidata dal ct Hugo Meisl, e nobilitata sul fronte offensivo dalle invenzioni del centravanti Matthias Sindelar, passato alla storia del calcio come “Mozart del pallone”.



El Indio
In ogni caso, anche nella finale vera, giocata all’Olimpico di Roma contro la Cecoslovacchia, l’Italia la sfanga grazie all’alto tasso agonistico garantito da questo attaccante, nella sua patria d’origine soprannominato “El Indio” a causa dell’incarnato olivastro. Al quinto minuto del primo tempo supplementare tocca infatti a Guaita avere la lucidità per l’assist che Angelino Schiavo capitalizza nel gol con cui l’Italia si affermerà alla fine per 2-1, laureandosi per la prima volta campione del mondo.

Il Corsaro Nero
Eppure, quando nel 1938 per lo squadrone di Pozzo è il momento di centrare il bis, in Francia, il nome di Enrique Guaita già da tre anni non trova più posto nella rosa dei giocatori a disposizione del Commissario Tecnico. Cade infatti il 19 settembre 1935 la data in cui i tifosi giallorossi della Roma perdono all’improvviso la dotazione di gol garantita da un attaccante entrato nei loro cuori come “Il Corsaro Nero”, così battezzato dopo la favolosa tripletta rifilata a un malcapitato Livorno. È il giorno in cui Guaita, assieme ad altri due italo-argentini, Alejandro Scopelli e Andrea Stagnaro, fugge a bordo di una Lancia Dilambda con destinazione Genova, dove il terzetto è atteso dal bastimento su cui imbarcarsi per il Sudamerica: una decisione drastica quanto impopolare, dovuta al larvato timore che, forse generato da una telefonata anonima, i tre condividono di essere arruolati a breve, come cittadini italiani, nell’esercito inviato a occupare non pacificamente l’Etiopia.



Bomber da record
A Roma si svuota così, nel più imprevisto dei modi, il sogno di conquistare finalmente lo scudetto, basato soprattutto sulla prolificità offensiva dell’”Indio”. Uno che, con le sue 28 reti realizzate in 29 partite, alla fine della stagione 1934 – ‘35 stabilisce il record, tuttora imbattuto, di gol messi a segno in un massimo campionato a sedici squadre. Ma, evidentemente, il Fato lo ha chiamato in Italia quanto basta a marchiare un primo mondiale colorato di azzurro.
Dopodiché, Enrique Guaita può pure riprendere lo stesso mestiere nella patria natia, vestendo la maglia di Racing Avellaneda e, di nuovo, Estudiantes, prima di un brusco e per nulla annunciato ritiro dalle scene del football, nemmeno trentenne, non appena conclusa la stagione 1938 – ‘39. Di nuovo, la mole di tempo da allora trascorsa impedisce di scorgere le ragioni di un così prematuro addio, seguito da una altrettanto oscura seconda carriera, come guardia carceraria, fino a diventare direttore del penitenziario di Bahia Blanca.

Predestinato
Enrique Guaita perde anche questo lavoro prima di morire, relegato a un miserando oblio, il 10 maggio 1959. Lo accompagnano idealmente, sul luogo della sepoltura, milioni di tifosi, argentini e italiani che, finché saranno vivi, serberanno nostalgia delle fatali stilettate con cui “El Indio” risolveva le partite non appena un pallone accennava a vagare solingo in area piccola. “Predestinato” al suo piede.