Pallone e dintorni, Marco Modolo

Scritto il 21/12/2021
da Pino Lazzaro


 L'incontro 


“Lì a Eraclea, avevo 6 anni, prima elementare, iscritto alla scuola-calcio. In classe tanti amici che giocavano pure loro, ricordo quando c’era la ricreazione che si usciva in cortile, in classe preparavamo una pallina di carta, si giocava e poi al pomeriggio c’era la rivincita. Scuola e campo a 5’ da casa, i miei con degli alberghi sulle Dolomiti, sei mesi all’anno li vivevo con i nonni ed è stato proprio mio nonno una figura importante per me”.

Primo step
“A 10 anni sono passato al San Donà, 20’ da casa, era mio nonno ogni volta ad accompagnarmi, poi se ne stava lì, ad aspettarmi. È stato insomma il mio primo step, diciamo da provinciale a regionale, ero contento, ricordo come il calcio fosse per me felicità e ricordo le domeniche pomeriggio, lì in macchina da solo, ascoltando le partite alla radio e poi, alle 18.10, 90° minuto in tv, era speciale. Allo stadio poche volte, s’andava a Udine, con mio padre, a vedere la Juve, ero proprio sfegatato come tifoso, ora col tempo l’ho un po’ persa sta cosa”.

Secondo step
“Da San Donà al Venezia, un altro gradino, giovanissimi nazionali. Partivo alle 6.15 della mattina e tornavo alle otto e mezza di sera. In pullman sino a San Donà per la scuola, poi in treno a Venezia; il pullmino del Venezia, ci si allenava alla Gazzera (un quartiere di Mestre), tornavo in stazione e a San Donà c’era sempre mio nonno ad aspettarmi. Sì, panini e via”.

Terzo step
“Poi il Venezia fallì, rimasi senza squadra e arrivò la chiamata dell’Inter, una cosa unica, chi non può desiderare una cosa così? Avevo 15 anni, i dubbi dei miei, ci doveva essere sempre la scuola al primo posto. L’Inter che di garanzie ne dava tante, c’erano i tutor a seguirci, i miei hanno fatto fatica però ad accettare che la scuola fosse privata, non pubblica. Facevo ragioneria, li convinsi, prima esperienza fuori casa e altro step”.



Rammarico, grande
“Mi sono diplomato ragioniere, sono uscito con 80: i primi due anni nella scuola pubblica, altri due nella privata, l’ultimo nella pubblica. M’ero anche iscritto all’università, Economia e Commercio, ma non ce l’ho fatta a fare entrambe le cose ed è tuttora il mio rammarico più grande: se ci avessi messo più impegno, avrei potuto farcela”.

Un po’ di corazza
“Due anni con l’Inter, vivevo in convitto. Infortunio al perone il primo anno, mi ripresi verso fine stagione, mi confermarono per la Primavera. È stato lì che ho capito che gli step non sono solo verso l’alto, ma pure puoi scendere: mi mandarono a gennaio alla Pro Sesto e la vissi come una bocciatura, fu una grande delusione. In più, un altro infortunio, grave, al crociato. Periodo molto ma molto difficile e nel tempo ho capito che è stato proprio quello l’anno che mi è servito di più, dove sono diventato più forte dentro”.

Ci potevo stare
“Sono ripartito dal Venezia, la riabilitazione, poi due stagioni in D, ho fatto bene ed è stato a Vercelli, con la Pro, che ho capito che potevo starci anch’io, è lì che ho cominciato a pensare che forse erano loro, quelli che m’avevano “bocciato”, a sbagliarsi”.

La mia fortuna
“Mi reputo uno fortunato e non tanto perché sono in Serie A. La mia fortuna è stata avere una famiglia che mi ha insegnato tanto, con quei valori che spero di poter trasmettere anch’io ai miei figli. Umiltà, sacrificio, rispetto: questo quel che mi ha portato in A, per le qualità che ho non ci sarei arrivato altrimenti”.



Vincere serve
“I 3 punti sono vita, perché ti danno la possibilità in settimana di lavorare in un certo modo, c’è più serenità. È col tempo che capisci che le settimane in cui lavori peggio con la testa sono quelle in cui non vinci, però sono quelle in cui dai di più fisicamente. Vincere fa sì che ti godi di più i momenti nello spogliatoio, la chiacchierata col magazziniere, il caffè con i compagni con cui hai più sintonia, anche i ritiri li vivi in modo diverso, anche questo è il bello del calcio”.

Capitano
“Non sono uno di tante parole, credo che il rispetto che sento da parte dei compagni venga prima di tutto dal mio comportamento, professionalmente mi reputo impeccabile, sì. Arrivo più di un’ora prima, sono l’ultimo ad andarsene, l’alimentazione, sto attento a tutto”.

Maestro Inzaghi
“Sono più professionista adesso. I primi anni la prendevo facile, non c’era la cura dei particolari. La svolta è arrivata con Inzaghi (Pippo), con lui è stata proprio una scuola: l’alimentazione, la dedizione al lavoro, prima e dopo, al ginocchio infortunato da giovane dovevo starci dietro, avevo 26-27 anni: è stato lui ad allungarmi la carriera”.

Con i giovani
“Credo di capire, di avvertire quando un compagno è in difficoltà, è lì che provo ad aiutare, quali le paure, i problemi, se lui sta meglio è la squadra che ne guadagna. Specie con i giovani, vado e parlo perché so di poter dare una mano, le ho vissute tutte anch’io le cose, la bocciatura, gli infortuni gravi, le tribune e le panchine, ho vinto e sono stato retrocesso”.



Privilegiato?
“No, non mi sento un privilegiato. So bene che spesso da fuori ci vedono solo come dei viziati, ma io non mi ci vedo dentro quel quadro, dico solo che mi sento ripagato di tutti i sacrifici che ho fatto. L’ho già detto, è stata la mia famiglia la fortuna e quello che ho raggiunto me lo sono meritato”.

L’esordio in A
“Una settimana un po’ diversa, avevo intuito che poteva starci pure il mio momento. Poi lì con la Roma, loro pericolosi, il gol pareva nell’aria, mi stavo scaldando, il preparatore che mi chiama. Un qualcosa sognato tutta la vita, consapevole che era come un cerchio che si chiudeva, da quei pomeriggi che passavo in macchina ad ascoltare la radio. Gioia condivisa da tutti lì in famiglia, persino mio figlio più grande, due anni (l’altro ne ha uno) mi pareva più contento, lui che ogni volta mi chiedeva come mai fossi sempre seduto in panchina”.

Confermarsi
“Qualcosa è cambiato, adesso. Di obiettivi ce ne vogliono sempre e ora per me c’è quello di rigiocarci in A e di essere così ancor più incisivo, più utile… proprio da serie A insomma”.

Allenarsi dentro
“Un po’ le sento le partite, ma ora trasformo il tutto in concentrazione. Nello spogliatoio penso così sempre a quello che ho fatto in settimana, a come l’ho fatto. Se so che ho dato il 100%, mi dico sempre che sono lì perché me lo merito, di andar fuori a divertirmi, a “giocare”, senza ansia. Perché so che ci posso stare”.



Tatuaggi, social, pagelle
“Nessun tatuaggio, poco social, ogni tanto, ma poco. Più li usi e più secondo me distolgono attenzione e con tutto il tempo che si passa fuori casa, meglio lasciar stare. Le pagelle? Al massimo un’occhiata, posso stare senza; quando si vince i giornali però li leggo (e li conservo)”.

Il brutto del calcio
“Più passano gli anni, più ci stai dentro e più capisci che sei giusto un numero e nonostante tutto quello che potrai aver fatto, quando non servirai più, stop. Quanti amici veri puoi avere nel calcio? Arrivi a 4-5? È un mondo pure malato il nostro, con persone-squali che se non te ne accorgi subito, ti mangiano. Sempre una questione di soldi e soldi, questo non mi piace del calcio”.

Dopo?
“Sono ben consapevole che arriverà il mio momento e per come le vedo adesso le cose non penso che mi interesserà starci dentro a questo mondo del calcio. Un’attività ce l’ho, una struttura ricettiva a Jesolo, ora come ora credo che sarà quello il mio lavoro”.



Esordiente col Venezia in serie A all’età di 32 anni (esattamente lo scorso 7 novembre 2021 contro la Roma), Marco Modolo viene da Eraclea (Ve). Con un’esperienza pure nel settore giovanile dell’Inter, ha giocato via via con Sanvitese (D), Venezia (D), Pro Vercelli (C2-C1-B), Gorica (A slovena), Carpi (B) e ancora Venezia (questa è la settima stagione consecutiva, partendo dalla D nel campionato 15/16 e conquistando la A al termine del 20/21).