Franco Baresi - Libero di sognare

Scritto il 21/01/2022
da Pino Lazzaro

 Biblioteca AIC 



Prima dell’inizio
Da ragazzo non avrei saputo immaginare la sala d’attesa di un aeroporto. Oggi posso dire di averne viste in tutto il mondo: in Canada, in Algeria, in Mongolia, in Giappone, in aeroporti grandi e moderni o piccoli e arrangiati. Mi sembrano tutte così anonime, con quelle file ordinate di sedie rivolte a schermi che centrifugano numeri, voli, destinazioni, e per questo in fondo tutte simili. Forse perché accolgono allo stesso modo le speranze e i timori di chi viaggia per lavoro o per divertimento, per abbracciare una persona, magari per l’ultima volta, di chi ha vinto una Coppa dei Campioni o perso un Mondiale.



(pag. 12) … a distanza di molti anni dal mio ritiro, ho imparato che la differenza tra vincere e perdere non sta nell’alzare o meno una coppa. È qualcosa di più profondo, che non dipende dal sogno in sé ma da come si prova a realizzarlo…

(pag. 14) Assieme agli altri bambini, attendevo quel momento con impazienza (lo sfalcio dei campi) perché, abituato all’asfalto dell’aia, avrei potuto giocare per alcuni giorni su un prato perfetto. E correre scalzo su quel terreno meraviglioso, con l’erba fresca che accarezza i piedi, era una gioia assoluta…

(pag. 17) Così ogni giorno, dopo aver giocato, prendevamo della cotenna di maiale dalla cantina e la passavamo più volte sulla superficie del pallone per ingrassarlo e conservarlo più a lungo…

(pag. 19) Prima venivano gli altri e poi venivi tu. Era semplice e naturale. Quel senso di comunione e solidarietà era totalizzante e mi è entrato sottopelle, come una parte fondamentale di me, e tale è rimasto nel tempo…

(pag. 20) Rimpiango il calcio dove la libertà e la poesia erano caratteristiche essenziali del gioco. Oggi spesso gli interessi personali prendono il sopravvento. Si pensa meno al gruppo e ai compagni…



(pag. 27) … sfruttavo ogni momento libero per giocare a calcio, anche da solo, anche scalzo sul cemento dell’aia per evitare di rovinare l’unico paio di scarpe che avevo…

(pag. 43) Per loro (i genitori) poterci finalmente dare comodità come il bagno in casa e l’acqua calda corrente era un sogno che si avverava…

(pag. 46) Aveva una fine intelligenza (la mamma) ed era sempre un passo avanti. Lei, una donna che viveva in campagna negli anni sessanta, fu la prima a prendere la patente al casale…

(pag. 62) L’istruzione è molto importante, lo so, ed è un principio che ho cercato di trasmettere ai miei figli. Ma so altrettanto bene che quanto ho imparato giocando non lo avrei mai appreso sui libri…



(pag. 68) Non erano tempi in cui si aveva il procuratore già nelle giovanili, né giravano i soldi di oggi. Era tutto molto più semplice. Crescevi in una squadra e ti fidavi…

(pag. 88) So che oggi si ricorre a psicologi, tecniche di meditazione, esperti di mindfulness, life coach e così via. A me veniva naturale: in prossimità della partita isolavo la mente ed esistevano solo il campo e l’avversario…

(pag. 112) Ritirarsi non è facile. È importante scegliere il momento giusto, senza che ci siano rimpianti e senza diventare ingombrante. È difficile individuare quel momento. C’è il rischio di credersi ancora utili anche se non è così…

(pag. 120) A loro (ai giovani) vorrei dire: qualunque cosa facciate, spero che la amiate senza mai smettere di sognare perché, a volte, i sogni si avverano, come è capitato a me.



Franco Baresi
LIBERO DI SOGNARE
Feltrinelli Editore

- Il libro scritto in collaborazione con Federico Tavola, scrittore, autore televisivo, nonché fisico (e tifoso interista…).



Classe 1960, tutta una vita (letterale) al Milan, Franco Baresi è ora vicepresidente onorario del club. Venti stagioni, dal ’77 al ’97, di cui quindici da capitano. Sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e quattro Supercoppe italiane. 81 le sue presenze in Nazionale, partecipando a tre Mondiali (Spagna 82, Italia 90 e Usa 94: oro, bronzo e argento) e due Europei (Italia 80 e Germania Ovest 88). In piedi, praticamente sull’attenti.