Io e il calcio... con Vito Dell’Aquila (taekwondo)

Scritto il 19/01/2022
da Pino Lazzaro

“Se guardo a quando ho cominciato, non so dirti perché mi abbia poi così preso il taekwondo. Lì a Mesagne è lo sport più praticato e così ho iniziato anch’io, per stare assieme agli altri ragazzi e via via l’ho scoperta una disciplina fantastica, me ne sono proprio innamorato e mi ha pure tanto aiutato come sport, per l’umiltà, lo spirito di sacrificio, la disciplina che necessita. Ora è una parte essenziale di me… non riuscirei a farne a meno”.




Un “lavoro”
“Sì, è stato quel titolo mondiale Cadetti 14 a cambiarmi la vita, ancor più della vittoria all’Olimpiade. Lì ho intravisto che avrebbe potuto diventare un vero e proprio “lavoro”, costruirmi una carriera. Le cose insomma hanno cominciato così a farsi serie e il cambiamento più grande è stato il trasferimento a Roma. Fin che andavo a scuola facevo su e giù, ma quando poi ho finito il liceo scientifico, sono andato a vivere a Roma, lì all’Acquacetosa, dove mi alleno. A scuola ero bravo, specie i primi anni, poi di tempo ne avevo meno, sono uscito con 74, liceo scientifico, un voto così così, però pure i professori non è che mi abbiano aiutato, che abbiano capito, io penso che se un ragazzo un talento ce l’ha, bisognerebbe cercare pure di preservarlo”.

Il secchione della squadra
“Di mio, qualche volta mi dico anche purtroppo, sono molto meticoloso e determinato, mi impegno sempre tanto e dunque sì, sono uno “serio”, diciamo pure che sono il “secchione” della squadra. Abbastanza ansioso e questo però lì sul quadrato mi aiuta, mai sono convinto di vincere, se mi faccio sopraffare dall’ansia, allora perdo. Stare dentro al peso è uno dei sacrifici più grandi, l’unica cosa che “odio”, a me piace mangiare ed è uno stress star lì, bravo mentalmente, a resistere alle tentazioni. Però è lo stesso un altro fattore motivante, hai un obiettivo, sai che l’intensità che ci metti ha il suo senso”.

Si ricomincia
“Finalmente il 2022 tornerà a essere un anno normale e ritornerà così il circuito internazionale che funziona per noi tipo il tennis, con vari Open durante l’anno, con i Mondiali ogni due anni (nei dispari) e gli Europei (nei pari), con poi gli appuntamenti del Gran Prix, quattro all’anno, a cui partecipano i primi 32 del ranking mondiale. C’è così un ranking e i primi sei che nel quadriennio raccolgono più punti, si qualificano per l’Olimpiade”.



Settimana-tipo
“Noi ci alleniamo tutti i giorni, tranne la domenica, anche se nell’avvicinamento delle gare, pure la domenica non si sta fermi. Due allenamenti al giorno, uno al sabato, ma anche qui poi ci si adatta. Il mattino è dedicato alla parte atletica, con lavori muscolari specie per le gambe, di resistenza e aerobici, lavori di forza con i pesi, pure specifici per l’addome. Il pomeriggio è dedicato alla tecnica e dunque al combattimento, con i calci, le tattiche di gara e così via”.

Video analisi e altro ancora
“Anche noi utilizziamo lo studio dei video, già un mese prima dell’Olimpiade per via del ranking sapevo che sarei stato abbinato all’ungherese, così siamo andati a studiarlo, anche su YouTube, con filmati pure vecchi. È stato utile e mi sono ritrovato pronto. Abbiamo il nutrizionista e diciamo che da un mese prima della gara divento super preciso, non sgarro mai, nemmeno un cioccolatino. Da pochi mesi faccio poi riferimento a uno psicologo, mi trovo bene, ci sentiamo spesso e si sa che quando la testa è accesa sull’on possono arrivare grandi cose, se sei invece sull’off, è dura”.

Privilegiato?
“La sento molto la differenza tra la mia vita e quella della compagnia lì a Mesagne. Mi ha richiesto rinunce e sacrifici, è un’altra dimensione la mia. Roma la considero come il mio posto di lavoro, faccio fatica a considerarla come divertimento, lì sono insomma l’atleta, mentre a Mesagne torno ragazzo. No, non mi sento un privilegiato, io so i sacrifici che ho fatto, questa “vita bella” me la sono guadagnata e costruita io, con tanta fatica e tanto sudore. Ora, dopo l’Olimpiade, sono molto ma molto motivato. Finalmente un anno normale, finalmente le gare, una dopo l’altra, che ti danno il ritmo. Dentro di me sento che il meglio deve ancora venire, non mi basta l’Olimpiade, voglio vincere per il resto della carriera ed è soprattutto la passione che mi brucia dentro a darmi la carica”.



Mali del mestiere
“Anche per noi delicate sono le ginocchia e pure le mani visto quanto frequenti siano botte, contusioni e anche fratture. Poi caviglie e piedi (quando sbatti magari sui gomiti) e pure le tibie per gli scontri tra gamba e gamba. Da noi si dura sino circa ai 30 anni, ma la media ora si sta pure un po’ alzando… ne ho tanta di strada ancora davanti”.

Dopo l’oro
“No, l’Olimpiade non mi certo cambiato la vita, mi sento sempre lo stesso. Certo, vincere è bellissimo, ma io so d’essere sempre io. All’inizio c’è stato un boom di interesse, il primo oro olimpico, ero al centro dell’attenzione ma è durata poco. Fosse stato un altro sport magari m’avrebbe portato a dei cambiamenti, ma è poco conosciuto ancora il taekwondo”.

Io e il calcio
“Il calcio lo seguo poco, diciamo che sono simpatizzante della Juve, sono mio fratello e mio padre quelli sfegatati. Da piccolo ho giocato sì a calcetto, ma sono proprio negato, non mi posso vedere. Allo stadio non ci sono ancora mai andato, forse ci andrò per Roma-Juventus, con mio fratello. D’accordo per il calcio che qui da noi è lo sport più considerato, ma mi dà fastidio la grande differenza di trattamento con tanti altri sport, dal tennis al nuoto, dall’atletica alla pallavolo, mi piacerebbe che avesse maggiore visibilità il taekwondo. Lo consiglierei a tutti: la tonicità che dà al fisico, quanto ti aiuta così ad affrontare le giornate, col benessere poi a livello psichico. Grazie a lui io ho combattuto la timidezza e mi sono formato il carattere e mica si deve per forza arrivare ai combattimenti, ti puoi giusto allenare, svantaggi zero”.



Classe 2000, di Mesagne (Br), Vito Dell’Aquila ha vinto la medaglia d’oro nel taekwondo (-58 kg) alle recenti Olimpiadi di Tokio. Una passione di famiglia (il padre) quella delle arti marziali che è poi servita a Vito bambino soprattutto per affrontare e superare la sua grande timidezza d’allora. Attualmente n. 1 nel ranking mondiale nella sua categoria, fa parte del C. S. Carabinieri e per il dopo carriera (“ancora molto lontano”) si vede come giornalista sportivo, proprio per divulgare questa sua disciplina “che tanto merita”.