Katja Schroffenegger, la partita che non dimentico

Scritto il 23/02/2022
da Pino Lazzaro

Aprile 1991, è di Karneid (Cornedo all’Isarco, Bolzano). Dopo Bozner (Serie D), Brixen (B) e Südtirol (A2-A), ha giocato in Germania con Jena, Bayern Monaco e Bayer Leverkusen ed è poi tornata in Italia giocando dapprima ancora col Südtirol e poi col l’Unterland. Dopo il passaggio ad agosto 2018 all’InterMilano è approdata in Toscana col Florentia San Gimignano nella stagione 19/20 e dalla stagione 20/21 è alla Fiorentina. Campionessa europea con l’Under 19 nel 2008, conta 18 presenze con la Nazionale maggiore.

 



“Ci ho pensato su, di partite ne ricordo parecchie ma poi ho deciso di riandare a una partita che come significato è andata al di là dei 90 minuti, mi ricorda tutta una stagione vissuta in modo speciale. Sì, nonostante possa dire adesso che è forse una delle meno importanti di quelle che ho giocato, mi è proprio rimasta dentro. La partita che non dimentico è così Cervia-Südtirol, eravamo in A2, avevo 18 anni. Una partita che vincemmo per 3 a 2 e ci fu di tutto: risse, sputi, falli, calci di rigore e gol direttamente su punizione. Febbraio-marzo, su un campo molto fangoso”.

Impossibile, sicuro…
“Noi neopromosse dalla B, giorni prima di quella partita capitò che ci trovassimo in tre-quattro ragazze e l’allenatore, un gran motivatore, a mangiare una pizza. Dai e dai, saltò fuori il discorso della Serie A, ma perché non ci arriviamo pure noi? Eravamo giusto a metà classifica, la A era davvero lontana, i nostri tre allenamenti serali, quel classico nostro calcio, dilettantismo puro, che tale è rimasto sino a qualche anno fa. Qualcosa dunque di impossibile, davvero inimmaginabile e nonostante questo… perché non ci proviamo?”.



Lì dietro, un muro
“Non so cosa sia poi successo, mai e poi mai l’avremmo creduto, eppure abbiamo messo assieme una striscia positiva di 13 risultati, siamo arrivate seconde e così siamo salite in Serie A, lì con i “miei” colori di casa, io che ho sempre tifato anche per il club maschile, una cosa proprio speciale. Di quel giorno ricordo lì a Cervia in particolare il campo, color marrone, pur con i 6 tacchetti era impossibile giocare… non eravamo una squadra tecnica, tanta e tanta grinta, di partite ne abbiamo vinte tante giusto per 1 a 0, poi dietro tiravamo su un muro”.

Porte che si aprono
“Il professionismo dal prossimo anno? Magari come calciatrice un po’ mi rompe, sarebbe stato meglio se fosse cominciato dieci anni fa, però pensando al futuro è pur vero che si apriranno altri lavori che prima non c’erano, che so, negli uffici delle società e pure sul campo, più porte insomma che si potranno aprire per il post-carriera”.



Una calciatrice vera
“Un lavoro io ce l’avevo, con la Provincia di Bolzano, m’interessavo di turismo e marketing per favorire il territorio e ho deciso di licenziarmi quando ho avuto la possibilità di fare calcio full time, dal 2019. Una società, la Fiorentina, che già ci sta pagando i contributi e dunque il calcio ora è un qualcosa che faccio a 360°, allenamenti anche al mattino e al pomeriggio c’è comunque sempre altro da aggiungere, siano lavori specifici, fisioterapia o altro ancora, allenandoci nello stesso centro sportivo del maschile. Sì, adesso sì mi sento proprio calciatrice”.

E dopo?
“Al dopo ci penso in fondo da tanti e tanti anni, da quando ebbi quel primo infortunio al polso: ce l’avrei fatta o no a rientrare? “Da grande” ora come ora mi vedo così magari al mattino come part-time in un ufficio del club e poi al pomeriggio lì sul campo ad allenare, ragazzine che giocano in porta o prima squadra, chissà”.  



KATJA: UNO/DUE/TRE
(da Il calcio è donna, libro-Aic alla vigilia dell’Europeo 2013)


UNO
“Ho cominciato che avevo una vicina di casa, è stata lei a portarmi al primo allenamento. Aveva un figlio che giocava, lo portava ad Haslacher (Aslago), un quartiere di Bolzano. Ci voleva mezzora da casa nostra, un paese piccolo, Karneid (Cornedo) ed era lei che mi regalava le scarpe di calcio usate del figlio, anche vecchi parastinchi e così le ho chiesto se potevo anch’io andar a vedere gli allenamenti. Lei mi portava e fin che aspettava il figlio s’è messa su un pezzo di campo a fare qualcosa con i bambini che erano là, che non facevano gli allenamenti. Così si è formata la mia prima squadretta.

DUE
Avevo 13 anni quando la mia migliore amica si è iscritta in una società femminile di Serie D, Bozner F.C., una delle società più grandi di Bolzano. Non c’era il portiere, mi hanno chiesto se volevo provare. In porta ci giocavo spesso nel cortile della scuola, allora ho provato e m’è piaciuto. Non posso dire che fossi brava, ma mi piaceva fare i tuffi, anche buttarmi nel fango; capitava che giocavo anche fuori, lungo la fascia: a me andavano bene tutte e due le cose.

TRE
Il calcio mi ha insegnato molto; di come si cresce in un gruppo, del rispetto delle regole, di come crescere con una mentalità vincente e il tutto me lo ritrovo anche con l’università. Dare sempre il meglio, importante è fare bene le cose: o così o non le faccio.