Pallone e dintorni... Edoardo Gorini

Scritto il 13/06/2022
da Pino Lazzaro


“Sono cresciuto a Venezia, nel centro storico, vicino la Salute, sestiere Dorsoduro. Anni 80, allora una città ideale per un bambino, tanti pericoli, le macchine per esempio, naturalmente non esistono, poca allora la criminalità e via a giocare, per calli e campielli. Ricordo che facevamo pure calcio tennis, la “rete” era proprio uno stretto canale, io da una parte della fondamenta, il mio amico dall’altra e quando la palla finiva in acqua, giù in barca a riprenderla ed è capitato non poche volte che ci finivamo noi dentro, l’acqua però non era alta… una Venezia quella con una popolazione maggiore di adesso, ora che c’è un numero spropositato di gente che invece la usa e la spreca”.

Sabbia e sintetico
“La mia prima società è stata l’Alvisiana, su, a Sant’Alvise, con me pure mio fratello maggiore e c’era anche mio padre, che mi ha pure allenato, sai com’è, mica semplice per via delle aspettative in più… con i vaporetti o anche a piedi, pure da solo. Tante società allora, ora ce ne sono di meno, lì hanno cambiato nome, si chiama Pro Venezia adesso e quel nostro campo, allora di sabbia, ora è sintetico, segno dei tempi”.

Avanti col calcio
“Nel settore giovanile del Venezia ci sono stato 6 anni, sino alla Primavera. Finito il liceo m’ero iscritto ad Architettura, ma poi sono andato a giocare in Lombardia, col Corsico, in Serie D. Un bivio, impossibile continuare con Architettura, troppo impegnativo, ho deciso di provarci col calcio. Con l’università ho poi scelto una più “leggera”, Scienze Politiche: un solo esame, ho lasciato stare e solo più avanti, dopo il militare, mi sono iscritto a Storia”.

Un “lavoro”
“Parlando di lavoro e di calcio, con me devi davvero metterci le virgolette. Prima di tutto è sempre stato un piacere, fin da bambino… la fortuna di fare un “lavoro”: vuol dire che ti pagano per un qualcosa che faresti comunque anche gratis. È vero che ho cambiato poche società e questo si spiega col fatto che nelle scelte ha sempre contato il trovarsi bene. Da un punto di vista economico può essere anche sbagliato, di occasioni ne ho lasciate andare, però sono state sempre scelte consapevoli, per me contava com’era il posto in cui stavo”.

Veder prima
“Credo che come calciatore ho ottenuto più di quel che potevano darmi le mie caratteristiche. Ero lento, parecchio, così da centrocampista sono passato a libero e poi a difensore centrale. Limiti a cui ho cercato di supplire con una passione grande così, con la voglia di non mollare mai, una tenacia insomma che mi ha permesso come detto di ottenere di più. Dato che ero lento, ho dovuto cercare di pensare prima, così sono diventato lì sul campo abbastanza intelligente, tatticamente valido. Ed ero pure uno da spogliatoio, caratterialmente sono un positivo, anche questa alla fin fine è una dote ed è proprio “lo spogliatoio” quel che più mi è mancato quando ho smesso”.



Apprendistato /1
“Smettere è stato pure un punto di domanda, ho cominciato, così, da collaboratore tecnico, il direttore Marchetti a dirmi che la stoffa ce l’avevo, che avrei potuto farlo l’allenatore. Ora posso dire che lo sono diventato, sì, con tutti questi anni in cui ho cercato di capire, di vedere, di conoscere”.

Apprendistato /2
“All’inizio ne avevo di dubbi, potrò essere all’altezza, in un ambiente in cui conoscevo tutti, sapendo come e quanto lo vivono, la paura di deluderli. Molta tensione, poi ho cominciato via via a sentirmi a mio agio, di errori ne ho fatti e ne farò, però mi promuovo, sì. Tutti assieme abbiamo fatto un buon lavoro, con quel rammarico di fondo perché a qualcosa in più si poteva comunque arrivare”.

Democratico
“Mi considero senz’altro più un democratico, non certo un sergente di ferro. Capita che possa servire, ma di fondo sono per il dialogo, non so se magari cambierò, ma non credo. La formazione uso darla un paio d’ore prima dell’inizio e di base non le spiego le scelte, capita a volte, casi particolari, che “sento” così, però non più di tanto, altrimenti non finisce mai: loro sanno che se hanno qualcosa da chiedere/chiarire, la mia porta è aperta”.

Tre espulsioni…
“Per me essere allenatore significa essere pure un educatore, io ci credo. D’accordo, a livello di settore giovanile s’incide di più, però sui valori di base bisogna comunque insistere, quelle regole da rispettare devono per forza esserci quando alleni una squadra. In panca mi capita ancora di “giocare”, mi rendo conto che a volte esagero e me ne sono beccate tre di espulsioni quest’anno: comunque delle lezioni, so che devo migliorare”.



Social e telefonini
“I giovani sono e restano una risorsa, certo che con i social, diciamo col telefonino, tanto è cambiato. Uno strumento che toglie tanta concentrazione, che distrae e un modo di comunicare che è stato davvero stravolto. Loro, i giovani, sono nati in questa realtà, chissà come si potrà in qualche modo regolamentarla. C’è chi ha personalità e chi no, chi reagisce e chi è più debole e certo semplice non è, non sempre si aprono”.

Tai Chi
“Beh, in effetti il lavoro lo porto anche a casa e anche qui so che devo migliorare, sia pensando alla persona con cui vivo, sia per la mia stessa salute. Da tempo pratico il Tai Chi, è la risposta che ho trovato, peccato che ho cominciato tardi”.

Giusto il presente
“No, non penso a panchine più importanti, la Serie A… so di essere uno che vive alla giornata, con l’ambizione, questa sì, di fare sempre meglio, senza però voli pindarici. Inutile insomma che stia a guardare chissà dove, quel che conta è il presente: avere la coscienza a posto, consapevole d’aver dato tutto quello che avevo”.

Dottore in Storia medievale
“Infine la laurea è arrivata in Storia medievale e la tesi l’ho pensata di metterla assieme quando giocavo a Ravenna, incentrandola sul periodo della dominazione veneziana proprio in quella città. Un modo per approfondire ancor più la mia conoscenza di Venezia e continuo a farlo, leggo e vado a mostre, il tutto mi aiuta pure per tirarmi fuori un po’ da quel che faccio tutti i giorni”.

Dare per avere
“Sì, sono stato uno “serio” come dici tu, te l’ho detto che ho ottenuto più di quel che avevo. A ripensarci devo dire grazie prima di tutto alla mia famiglia, all’educazione, ai valori importanti che mi hanno dato. A Varese (Gorini ha tuttora il record di presenze: 255) m’hanno dato un premio alla carriera e sono passati quasi vent’anni… quando ci siamo andati col Cittadella, mi sono sentito proprio accolto. Cose che restano, essere apprezzato dopo tanti anni significa che sei ricordato come uno che ha dato sempre tutto, te lo riconoscono: già si è privilegiati, ma se poi la tiri indietro la gamba, non va bene, no”.



Veneziano, classe 1974, dopo il settore giovanile col Venezia, Edoardo Gorini ha giocato via via con Corsico (D), Varese (C1-C2), Albinoleffe (B), Pavia (C1), Ravenna (C1) e infine Cittadella (C1-B). Dopo lo stop col calcio giocato (estate 2013), è rimasto legato al mondo granata, dapprima come vice di Foscarini (estate 2014) e poi per 6 campionati filati con Roberto Venturato, stagioni in cui c’è stata prima la promozione in B, sfiorando poi in due occasioni, in finale playoff, la Serie A. Dopo il passo indietro di Venturato, è stato lui da primo allenatore (confermato per la prossima stagione) a guidare il Cittadella nel campionato 2021/2022 di Serie B.