Bruno Conti – Un gioco da ragazzi

Scritto il 25/07/2022
da Pino Lazzaro

 Biblioteca AIC 



Il sogno americano
È un tiepido pomeriggio di agosto del 1970. La partita di baseball al Comunale di Nettuno è finita da pochi minuti e, con il borsone in spalla, sto tornando a piedi nella mia casa di via Romana, civico 142. La strada è stretta, su entrambi i lati incombono edifici a due piani. Noi abitiamo al pianterreno. Un piccolo cancello di ferro nasconde il portoncino da cui si accede alla cucina e alle due camere.
Papà Andrea è appena rientrato da Roma, dove fa il muratore, e mamma Secondina è ai fornelli per preparare la cena. Il menu prevede fettuccine al ragù. Naturalmente il tutto è fatto in casa. Una ricetta di famiglia tramandata da nonna Angela. Ogni volta che mia madre portava in tavola le fettuccine, per noi era una festa. Di solito, infatti, mangiavamo altro: affettati, mortadella e le bruschette che papà faceva abbrustolire sulla stufa a legna. Così per settimane intere, perché potevamo permetterci quello e poco di più.



Ecco Conti
“Non mi ci ero certo mai messo io a scrivere libri, però le richieste continuavano. C’è stata poi l’insistenza della Rizzoli e il fatto di poter in fondo raccontare la storia della mia famiglia, di mio padre e di mia madre, i sacrifici, quel mio calcio, mi ha fatto infine dire sì. Ed è stato proprio bravo lui, Menga. Tra noi delle videochiamate e lui da una domanda e dal mio raccontare, sapeva estrapolare quel che avevo vissuto, che mi muoveva dentro, che via via ho fatto”.

Il titolo?
“È venuto facile, noi che giocavamo in oratorio e sulla strada, su quel “mio” piazzale in cemento davanti alla chiesa. Da ragazzino, in estate il baseball, in inverno calcio e calcio, sempre”.
 
La foto di copertina?
“Per me in quella foto c’è un po’ tutto, la Nazionale, l’Italia intera. Pensando così alla vittoria del Mondiale, un qualcosa a cui ognuno in fondo aspira, sogna da bambino… ecco perché ho scelto quella foto: ho pensato agli italiani”.

Il calcio, adesso
“No, ora non posso più definirlo “un gioco da ragazzi”. Tutto è un po’ troppo cambiato, tanta più esasperazione, si vuole il tutto e subito, era certamente diverso per noi, soprattutto e prima di tutto era divertimento. Basta che un bambino sia giusto appena selezionato, che subito – i genitori o altri che girano intorno – pensano di avere un fenomeno. Partite di bambini e là, nelle tribune, sento e vedo delle cose incredibili, assurdo. D’accordo, i tempi sono cambiati, come però non passare per il sacrificio e i sacrifici per eventualmente arrivare?”



Sfogliando
(pag. 28) … a tavola siamo io, mamma, papà e i miei sei fratelli, quattro femmine e due maschi. Io sono il quinto figlio. La casa era molto piccola per nove persone ma ci arrangiavamo… c’era solo una camera con due letti, i tre maschi dormivano in uno, le quattro sorelle nell’altro. Ogni sera ci sistemavamo come capitava, chi con la testa ai piedi del letto e chi al contrario…

(pag. 38) Le volte che non usciva dal campo (il pallone), sbatteva contro la parete di cemento e tornava indietro, l’esercizio perfetto per affinare la tecnica individuale…

(pag. 44) Dentro di me mi sono sempre detto: “Se non puoi essere grande e possente di fisico, fai in modo di esserlo di carattere”. E questa forte personalità mi ha aiutato tanto nel calcio quanto nella vita…

(pag. 59) Non dimenticherò mai i suoi occhi lucidi (del papà) e il silenzio di chi piangeva di gioia, dentro. Per lui, grandissimo tifoso romanista, anzi “spaccato” come lo chiamavamo noi, fu la soddisfazione più grande di tutte (il figlio alla Roma) …

(pag. 64) … la scuola è importante perché ti arricchisce di qualcosa che nessuno ti potrà mai levare: la libertà di poterti fare delle idee e la sicurezza per poterle affermare…

(pag. 66) … papà ha preferito seguire la partita alla radio per non soffrire la troppa emozione. In tutta la mia carriera, vedrà dal vivo solo due partite…

(pag. 97) Ogni sera fa il giro delle camere (Tardelli, che non dorme mai), tutte tranne una che è invalicabile, quella di Zoff e Scirea che tutti noi chiamiamo “Svizzera”. Lì dalle dieci non vola una mosca e guai a disturbare…

(pag. 115) L’abbraccio con mio padre (ritorno a Nettuno dopo il Mondiale 1982) è il più lungo di tutti. Lo stringo forte al petto, sgualcendo la sua cravatta a strisce giallorosse. È quella della mia prima divisa della Roma. Gliela regalai nel 1973 e ci tiene talmente tanto che da allora non ne ha mai usate altre…

(pag. 181) Mi fermo davanti alla Curva Sud (partita dell’addio al calcio giocato) … guardo gli scarpini, gli ultimi di questo viaggio, che per diciott’anni hanno dato da mangiare a me e alla mia famiglia. Prendo il sinistro, il mio piede preferito, e anche se ha un piccolo foro all’altezza dell’alluce conta il gesto, no? Per cui lo bacio, e lo lancio ai tifosi…

(pag. 194) Penso di essere stato un buon padre, forse solo un po’ “orso” … avrei voluto essere più affettuoso con i miei figli, per esempio dopo le loro prime partite da calciatori, ma non ce la feci. 



Chiusura
Infine un appello ai giovani. Spero che la mia storia vi possa insegnare che nella vita non bisogna mollare, mai. Ogni volta che pensate di non farcela, riflettete su quando un giovane Bruno veniva scartato ai provini perché basso e troppo gracilino. Quando sembrava che la salita fosse troppo ripida per riuscire ad affrontarla. Eppure quel bambino ce l’ha fatta, aprendo il cassetto dei sogni e maneggiandoli con cura. È questo che auguro a ciascuno di voi. Fate della vostra vita un capolavoro. Anzi un gioco, un gioco da ragazzi.



Bruno Conti con Giammarco Menga
UN GIOCO DA RAGAZZI
Dalla Roma alla Nazionale, il mio calcio di una volta
Prefazione di Francesco Totti
Rizzoli


Da Nettuno (Roma), classe 1955, Bruno Conti ha sempre giocato in serie A con la Roma, tranne due stagioni col Genoa in serie B. Per lui, uno scudetto (82/83), una finale di Coppa Campioni persa ai rigori col Liverpool (all’Olimpico) e cinque Coppe Italia. Campione del mondo a Spagna 1982, conta 47 presenze in Nazionale. Allenatore della prima squadra per alcuni mesi dopo le dimissioni di Delneri nel 2005, si è sempre occupato di settore giovanile ed è attualmente coordinatore tecnico delle squadre dall’Under 10 all’Under 16 della Roma.
▪ Giammarco Menga è giornalista e inviato di Mediaset. Nel 2021 è stato insignito del Premio Nazionale Andrea Fortunato come “miglior giornalista sportivo emergente”.