Aldo Serena, sogni esauditi

Scritto il 24/11/2023
da Luca Pozza


foto: Maurizio Borsari

È uno dei pochi calciatori italiani ad aver vinto lo scudetto con tre maglie diverse, nel suo caso Juventus, Inter e Milan (due consecutivi), per un totale di quattro. Un record che arricchisce la carriera di Aldo Serena, classe 1960, uno degli attaccanti più forti del nostro campionato, terzo ai mondiali di Italia '90, un traguardo prestigioso ma che ha lasciato molti rimpianti per l'eliminazione contro l'Argentina, nella semifinale disputata allo stadio San Paolo di Napoli: a condannare gli azzurri furono i calci di rigore, a causa degli errori dal dischetto, nell'ordine, di Donadoni e Serena, dopo i tre penalty realizzati da Franco Baresi, Roberto Baggio e De Agostini. L'attaccante nativo di Montebelluna (Treviso) ma trasferitosi a Milano (sponda nerazzurra) a 18 anni, è stato l'ospite d'onore al 23° Galà del Calcio Triveneto, organizzato dall'AIC e tenutosi lunedì 13 novembre al Teatro Comunale di Vicenza. Prima dell'evento e poi dal palco, davanti ad una platea di studenti, partecipanti a un concorso giornalistico collegato all'evento, ha raccontato vicende e aneddoti (anche inediti) della sua vita.



Panico da penalty
“L'episodio più doloroso da calciatore è il rigore fallito contro l'Argentina: alla fine dei 120' ero disteso a terra tranquillo in quanto non facevo parte della cinquina scelta per calciare, visto che ero entrato a partita in corso. In quei frangenti concitati si avvicinò Azeglio Vicini chiedendo se me la sentivo, in quanto due miei compagni non erano in grado di farlo. Io, tra i più esperti del gruppo, non ho voluto dire "no" al c.t ma una volta tornato in piedi sentii le gambe dure. In cuor mio, essendo il quinto della lista, speravo non servisse battere il rigore, invece fu necessario. Mentre mi avvicinavo al dischetto fui preso da un attacco di panico: cercai la concentrazione massima, ricordando gli episodi belli della carriera. Dopo aver calciato il penalty ebbi l'impressione che il pallone fosse entrato in rete e invece era stato respinto. Da quel momento calò il buio e non ricordo cosa successe nei 2-3 giorni consecutivi, prima della finale per il terzo posto a Bari”.



Ascoltare i grandi e imparare
“Memoria, osservazione e ascolto, questi i tre aspetti che hanno caratterizzato il mio percorso: mai dimenticare da dove si viene, osservare sempre quelli che stanno sopra e ascoltare i consigli dei più grandi. In campo e fuori ho sempre guardato gli altri, quelli più bravi di me, da loro cercavo di rubarne i segreti, in particolare come si allenavano e come preparavano le gare. Io sono stato fortunato e dalla Serie D sono arrivato alla nazionale, esaudendo i miei sogni: da ragazzo, quando ero già a Milano, mi sono impegnato per diventare più buono e più bravo del giorno precedente. Ho la fortuna di continuare a lavorare nel mondo del calcio, che è l'ambiente che amo di più, come opinionista e commentatore televisivo. Ai giovani di qualsiasi età dico che impegno e voglia di migliorare non devono mancare mai, qualsiasi cosa si fa, non solo se si gioca a pallone: il percorso è più importante della mèta, più di ogni trofeo conta costruire la strada della propria vita”.



Lezione di vita
“Durante la carriera ho sempre cercato di far memoria delle situazioni. A darmi una grande lezione di vita fu il brasiliano Zico, uno dei più grandi calciatori della storia, durante il match di campionato Torino-Udinese: io, che avevo 24 anni e volevo mettermi in luce in A anche con la maglia granata, ero molto carico e continuavo a riprendere a parole, pur senza offenderlo, l'austriaco Walter Schachner, di 3 anni più vecchio di me, che giocava come punta al mio fianco. Zico, che era nostro avversario, passandomi vicino mi disse: "Più urli e peggio fai, è in difficoltà e ha bisogno di aiuto, non di essere aggredito". Da quel giorno, nella mia carriera, non ho più rimproverato un compagno di squadra per nessun motivo”.