Non solo calcio... Federico Ruzza (rugby)

Scritto il 06/12/2023
da Pino Lazzaro


“Ricordo l’anno, era il 2000, un mio compagno alle elementari lì a chiedermi se mi andava di provare, aveva il papà che giocava a rugby col Cus Padova: ci sono andato. Al tempo il rugby non era conosciuto come può essere adesso, in fondo nel Sei Nazioni che l’ha fatto poi più conoscere è proprio dal 2000 che c’è entrata l’Italia. I miei più che altro dedicati alla pallavolo, il calcio che allora era ancora più dominante di adesso, quasi automatico che tutti ci giocassero, è stata proprio una casualità la mia”.



Proprio il massimo
“Subito m’è piaciuto, mi ha preso e come capita con gli sport di squadra mi ha insegnato a stare nel gruppo, un qualcosa che già è diverso dall’esperienza che vivi nella scuola. Ora che sono professionista trovo che sia per me il lavoro più bello del mondo e ce ne sono proprio tante di cose belle. Le emozioni, l’attesa dei tifosi, la voglia di fare bene in campo e renderti così felice assieme ai compagni e agli stessi tifosi, trovo sia tutto questo il ritorno più bello, un qualcosa che pure conosco, io tifoso dell’Inter, le emozioni che vivo e che loro mi sanno dare”.

Lavoro o “lavoro”?
“Non c’è niente di… sbagliato nel chiamarlo lavoro, soprattutto se pensi a tutto il tempo che ti richiede e quante energie, fisiche e mentali, ci vogliano. Sì, un che di “negativo” salta fuori quando si passa all’aspetto economico, alla prestazione cui corrisponde una retribuzione che per l’impegno richiesto comunque ci sta, ma che non può o non dovrebbe essere l’unico stimolo: renderebbe tutto più pesante. Certo, da una parte privilegiato lo sono, mi sento tale, proprio perché ho la fortuna di fare della mia passione più grande il mio lavoro. D’altra parte so bene che il privilegio che ho non è che l’abbia ereditato, me lo sono guadagnato per tutto quello che ho fatto”.

Identikit
“Di mio sono uno molto ligio, con un senso di responsabilità molto forte, prima di tutto con me stesso. Provare insomma a dare sempre il meglio, in campo e in palestra, soprattutto per il bene della squadra. Parecchio meticoloso, forse anche troppo: certo il talento serve, però più si va avanti, più e più conta la preparazione, come la fai, pure lo studio che si fa fuori del campo”.

Lì con loro
“È capitato di fare il capitano, non è che mi piaccia poi tanto, non ci si può arrabbiare… (scherzo) e comunque è lo spogliatoio la parte più bella, il vivere con i compagni, lo stare assieme anche dopo l’allenamento e la partita, già così, intanto, è meno… lavoro. Si creano delle amicizie che ti permettono di stare parecchio tempo con persone con cui leghi e il tutto aiuta pure nei momenti brutti”.



Settimana tipo /1
“Noi si gioca in genere al sabato e la domenica l’abbiamo libera. Per gli allenamenti siamo sempre impegnati grosso modo dalle 8 alle 14, si pranza assieme e poi via e i giorni centrali sono il lunedì e il martedì. Al lunedì ci si sofferma inizialmente sulla partita precedente, diverse riunioni per i vari settori, poi palestra e s’inizia a pensare alla partita successiva, alla possibile strategia e in campo l’allenamento non è poi così intenso, iniziando a lavorare su quello che si è “visto” nelle riunioni”.

Settimana tipo /2
“Il giorno più “duro” fisicamente è il martedì, con dapprima lavori in palestra e poi in campo, provando rimesse laterali e situazioni di attacco e difesa. Mercoledì libero e ciascuno può gestirsi la giornata, c’è chi fa fisioterapia, chi lavori specifici in palestra. Il giovedì, tra palestra e campo, somiglia al martedì ma con meno intensità mentre al venerdì chi gioca fa giusto una rifinitura, tra l’altro è l’unica volta che si va proprio allo stadio, qualche giocata, ridotta l’intensità, cosa questa che non hanno coloro che invece non giocano”.

Si sa prima
“Sì, da noi è diverso che nel calcio, non è che la formazione ce la dicano, che so, il giorno prima della partita, lo sappiamo in anticipo così ognuno può iniziare a focalizzarsi e prepararsi su quel che ci sarà poi da fare sul campo”.

Tensione e “paura”
“Devo dire che la tensione della partita la sento abbastanza, le vivo molto – anticipandole – le situazioni, mi preparo mentalmente, cercando di visualizzarmi lì sul campo, per come possono andare le cose. È certo bello giocare, ma anche il prima mi piace, è la sostanza di quel che facciamo. Tensione e anche “paura”, sì, di come andrà, sentendo che ti “accendi”, cercando però di non esserne sovrastato… e poi anche l’importanza di certe partite, di quello che ti trovi a vivere, la Nazionale…”.



Grazie
“Uno sport molto completo il rugby, che a un bambino insegna pure come cadere, la necessità di coordinarti per determinati gesti, anche quando si placca. Senza però esagerare, non intendo il rugby come unica strada, sono valori propri dello sport, specie di squadra, con poi le regole, il rispetto verso l’arbitro… A me ha fatto bene, ero sì vivace ma pure parecchio timido ed è stato così il rugby che mi ha aiutato ad “aprirmi””.

Crescere
“Qui a Treviso la società ha molto investito, ci sono ambizioni, vuole crescere. Lo scorso anno siamo arrivati alla semifinale di Challenge Cup, che è l’equivalente della Champions League del calcio, un paletto è stato insomma piantato e dunque si vuole fare di più, tipo nei risultati per dire fuoricasa, di punti ne abbiamo fatti tanti di più in casa lo scorso anno”.

Dopo?
“Pensieri ne ho tanti, poche per ora le soluzioni. Sto studiando Scienze Motorie e pure Management; non proprio da allenatore ma giusto da assistente, sono già in campo con una squadra del settore giovanile: l’idea di fondo è insomma quella di starci in questo ambiente. Ho vissuto lo sport tutta la mia vita, un qualcosa che educa tantissimo, che sa accrescere l’autostima e che dovrebbe essere ancor più radicato, direi pure più… normale, ecco”.

Nerazzurro
“C’era mio nonno che tifava Inter, è stato lui a “spingermi”. Il mio ricordo va a quella mia prima Inter, c’erano Ronaldo, Bobo Vieri, Recoba, Zanetti, è là che me ne sono innamorato: sì, sono proprio tifoso”.



Classe 1994, padovano, 1,98 x 111 kg, seconda linea del Benetton Rugby Treviso e della Nazionale (come dicono loro, sono 49 i suoi caps, con la partecipazione a due edizioni della Coppa del Mondo, in Giappone nel 2019 e in Francia nel 2023), Federico Ruzza – dopo gli anni giovanili con CUS Padova, Valsugana e Accademia FIR – ha giocato con Viadana e Zebre Parma, prima di approdare nel 2017 al Benetton.