Un secolo di scudetti

Scritto il 27/12/2023
da Stefano Ferrio

L’acre rivalità tra Genoa e Bologna, i primi due club che poterono fregiarsi del “marchio” destinato ai campioni d’Italia

 



Da un’idea di D’Annunzio
Nel 2024 ormai alle porte, lo scudetto, sogno periodicamente o perennemente proibito per milioni di tifosi italiani, compirà 100 anni. Questa bella istantanea, che ritrae il portiere del Genoa e della Nazionale Giovanni De Prà superato dal tiro dell’avversario fuori quadro, il centrocampista del Bologna Gastone Martelli, risulta emblematica dell’epoca a cui ci riferiamo.  Corre l’anno 1924 quando la FIGC stabilisce che la squadra vincitrice del titolo di Campione d’Italia si fregerà per tutta la stagione successiva di questo distintivo tricolore, a forma di pentagono rovesciato, cucito sulle proprie maglie di gioco. Il mai rivendicato copyright dell’idea appartiene al poeta Gabriele D’Annunzio, detto “Il Vate”, cultore in età giovanile di ogni disciplina possibile, compreso il calcio. Per il quale crea lo scudetto, applicato per la prima volta alla Nazionale militare italiana, impegnata in un match amichevole.



Agonistiche battaglie
L’idea piace, si diffonde e fa sognare i club di una Serie A destinata di lì a non molto (nel 1929) ad approdare alla formula attuale del girone unico. Da qui le battaglie agonistiche che contrassegnano i primi campionati con uno scudetto in palio, opponendo tra loro non solo le grandi di sempre Inter, Juve e Milan, ma anche squadre “outsider” o dal glorioso passato come Bologna e Genoa.
Queste ultime due battagliano ai vertici del campionato per buona parte degli anni ‘20, come testimoniato dall’immagine scelta ad esempio, scattata nel 1927. Ventisei anni dopo avere inaugurato l’albo d’oro del campionato italiano, alla fine del torneo del 1898, è ancora il Genoa, aggiudicandosi il titolo della stagione 1923-’24, a essere il primo club a cucire lo scudetto sulle proprie maglie. Nei fatti, si tratta del nono trionfo dei rossoblu che, bissando quello ottenuto l’anno prima, si candidano a segnare una nuova epoca del football italiano, ovviamente ignari di essere destinati a non vincerne più nei cento anni successivi.



De Vecchi, Burlando…
L’ottimismo è peraltro giustificato dallo strapotere di una formazione forte in ogni reparto, dotata di una micidiale capacità di incidere in zona gol, come confermano i numeri della stagione 1922-‘23, dominata da imbattuta, portando a casa 22 vittorie, 6 pareggi e zero sconfitte in virtù di 76 reti segnate e 21 subite. Cose che d’altra parte ci si può aspettare quando si schierano campioni del lignaggio di Renzo De Vecchi, classe 1894, terzino sinistro battezzato “Figlio di Dio” dai tifosi del Milan, nelle cui fila debutta appena quindicenne. Analoghe considerazioni valgono per Luigi Burlando, centrocampista vissuto nella sua Genova tra il 1899 e il 1967, adamantina figura di gentleman ottocentesco, capace di dividersi ai massimi livelli con la pallanuoto, dove nel 1924 gioca nella Nazionale convocata per i Giochi Olimpici di Anversa.



Drammatica vittoria
Se nel 1923 è la Lazio a disputare, e a perdere nettamente, la doppia finale per il titolo resa necessaria dalla spartizione in gironi della massima serie - all’epoca chiamata Prima Divisione - nel 1924 lo stesso ruolo è assunto dal Savoia di Torre Annunziata, che è “quasi” come dire Napoli. Ma a quel titolo i genoani approdano dopo avere sconfitto nella finale della Lega Nord una squadra arrembante e ambiziosa come nessun’altra dell’epoca, il Bologna allenato dal tecnico austriaco Hermann Felsner che si giova di talenti della statura del centravanti Angiolino Schiavio, futuro campione del mondo con la maglia dell’Italia, o del mediano Pietro Genovesi, punto di forza dei rossoblu “felsinei” dal 1919 al 1933. Quella del Genoa è dunque una vittoria sofferta, quasi drammatica, maturata dopo il match di andata vinto 1-0 in casa, e quello di ritorno a Bologna dove il 2-0 è assegnato a tavolino, in seguito ai furiosi scontri tra le tifoserie scoppiati al minuto 84, sul risultato di 1-1.



Lo scudetto delle pistole
Non è quel 2-0 la parola fine a una rivalità degna dei più sanguinari duelli del Far West. Anzi, è solo il prologo di quanto accadrà nel 1925, quando Genoa e Bologna si ritrovano di nuovo avversarie nella finale di Lega Nord. Il 24 maggio 1925, nell’andata di Bologna vince 2-1 il Genoa, che una settimana dopo perde in casa con lo stesso risultato.
A quel punto ci vogliono ben tre partite di spareggio per assegnare il secondo scudetto della storia. I primi due vengono annullati dalla federazione a causa di tumulti tra le tifoserie così estremi da comprendere una battaglia a colpi di arma da fuoco, scoppiata alla stazione ferroviaria di Torino, città scelta come sede della seconda “bella”. A quel punto, per assegnare lo “scudetto delle pistole", si opta per una terza partita a porte chiuse, giocata a Milano il 9 agosto 1925 senza darne nemmeno notizia tramite i giornali. È la “gara5”, tanto per citare il basket dei playoff, dove il titolo prende alla fine la via del Bologna, vittorioso per 2-0 grazie alla doppietta realizzata da Giuseppe Pozzi, ala con licenza di inventare gioco anche a centrocampo.



Passaggio di consegne
Quel secondo scudetto della Storia segna, ai vertici del calcio patrio, il passaggio di consegne dal Genoa al Bologna. E sembra nello stesso tempo annunciare che, anche nei 98 anni successivi, pur senza tornare all’uso delle pistole, di scudetti roventi e avvelenati ce ne sarà più di uno.