Pallone e dintorni, Marco Bruzzano

Scritto il 15/01/2024
da Pino Lazzaro


“Da calciatore sono cresciuto in un ambito dilettantistico e ora, da allenatore, vedo bene le omissioni che mi hanno accompagnato e penso proprio agli stessi aspetti coordinativi. Poi in prima squadra, in Promozione, difensore: in dodici mesi due infortuni allo stesso ginocchio, prima il crociato, poi il menisco e la decisione di smettere è venuta anche per il fatto che frequentavo Scienze Motorie, per i limiti che avevo nelle prove fisiche”.

Il bivio

“Ho cominciato ad allenare davvero per caso. Mio padre era il direttore sportivo lì nella società del paese (Paderno Dugnano; ndr) e capitò che un allenatore dovette andarsene per dei problemi lavorativi. Così allora mio padre lì a chiedermi cosa ne pensassi, se poteva interessarmi e io alla fine gli dissi sì più che altro per coprirgli il buco, con gli U12 e U13, è così che ho cominciato. Col tempo, attraverso le scuole calcio e altre attività di base, avevo collaborato col settore giovanile maschile dell’Inter e sono poi state proprio queste esperienze che mi hanno portato a quel bivio che per me ha significato l’incontro col femminile, sempre nell’Inter, allora con le U14”.

Privilegio

“Sì, ora è diventato proprio un lavoro, penso al tanto tempo che mi viene richiesto, difficile poter fare altro. Sono contento della forte passione che ho e il privilegio è quello che questa mia grande passione è diventata lavoro e me la voglio tener stretta questa sensazione/convinzione. È bello così alzarsi la mattina con questa “spinta”, in più sentendomi proprio a mio agio: se guardo indietro, ad anni fa, in effetti non era questo che avevo in testa”.


Identikit

“Nel femminile il rapportarsi è un fattore ancor più predominante, le tante sinergie che si sviluppano. Importante è la coerenza, anche per quelle che sono le mie idee, è con quelle che vado avanti. Coerenza che a volte mi porta pure a dover “giustificare” determinate scelte, dando nello stesso tempo supporto e strumenti alle calciatrici: un formatore, sì, ecco quel che mi piace/vorrei essere”.

Con loro

“Non ho schemi fissi, a volte la formazione la so proprio per tempo, subito lavorandoci in settimana; altre volte i dubbi mi accompagnano sino all’ultimo. In panca? Vorrei essere – è quel che cerco – il più equilibrato possibile, anche quando magari capita di vincere al 92’ o quando l’arbitro sbaglia. A proposito: se chiedo alle ragazze di lasciar stare, di non innervosirsi per le decisioni dell’arbitro, non posso fare altro che lo stesso, no? Sì, loro mi danno del tu, cosa questa comunque legata pure al mio percorso qui in società, per due anni sono stato il secondo, tante ragazze già le conoscevo, per loro ero semplicemente Marco. Ho poi 30 anni, ci sono ragazze qui che di anni ne hanno di più, anche questo ha favorito per forza una certa informalità”.

Più e meno

“Quel che più mi piace è il lavorare con persone che tanto contano su di te e con cui puoi condividere le tue idee, provando poi a metterle in pratica sul terreno di gioco. Direi insomma il rapporto umano assieme a quello tecnico, sia con la squadra che con lo staff. Quel che invece non mi piace di questo nostro mondo è il pregiudizio che per tanti ancora si porta dietro, tanti che non conoscono la realtà che viviamo, con ragazze che finalmente, per l’impegno che ci mettono, se lo meritano il professionismo”.

 



Propositi

“Devo sicuramente migliorare nell’aspetto tecnico-tattico, continuando a imparare dalle partite, dalle situazioni di gioco, dal “vissuto” insomma, di quanto pure gli sbagli possano insegnare. Poi gli aspetti gestionali, pure legati alle relazioni, sia con la squadra che lo staff. Il sogno nel cassetto? Il poter continuare, magari per tutta la vita, quello che sto facendo adesso. Che possa essere insomma proprio il fare l’allenatore, la strada per affermarmi nella mia vita”.

Pesi e contrappesi

“Un campionato questo che a livello generale è cresciuto, squadre tutte più forti e a me pare si sia assottigliato il gap tra le big e le altre, le sorprese insomma possono sempre arrivare. Per quel che riguarda l’arrivo di tante straniere, penso che in generale possa essere un dato positivo, soprattutto perché portano delle mentalità diverse, legate a realtà dove il calcio è più sviluppato, professionistico già da tempo. Però deve esserci pure attenzione a non dimenticare di dare spazio alle nostre giovani che mostrano di crescere sempre di più. Un equilibrio che dovrà poi essere trovato da tutto il movimento: da una parte i valori del calcio giocato dalle donne e dall’altra l’ingresso, col loro impatto, dei club professionistici”.

Classe 1993, Marco Bruzzano ha lavorato a lungo nel settore giovanile femminile dell’Inter (dall’U14 alla Primavera) e dopo due stagioni al Como Women quale “secondo” di Sebastián de la Fuente, la scorsa estate ne è diventato il “primo” allenatore dopo il passaggio di de la Fuente alla Fiorentina. Oltre alla laurea in Scienze Motorie, per lui pure il diploma di Match Analyst Pro.