La partita che non dimentico, Giovanni Fietta

Scritto il 16/01/2024
da Pino Lazzaro


Classe 1984, trevigiano di Asolo, Giovanni Fietta ha via via giocato con Treviso (C1), Ivrea (C2), ancora Treviso (B), Pizzighettone (C1), nuovamente Treviso (B) e Spezia (B). Sono poi seguite sei stagioni in C1 con la Cremonese, quattro col Como (due in C, una in B e l’ultima in C) e una col Renate, sempre in C; alla Pro Patria dal 2018/2019, è così al suo sesto campionato consecutivo con i bustocchi (sempre serie C). 

“Ne avrei certo più di una e penso intanto all’esordio tra i professionisti o le due finali playoff perse, però preferisco allora riandare alla vittoria, sempre nei playoff, col Como. Fu quella nostra una bellissima cavalcata, giusto all’ultima giornata ci qualificammo come migliore quarta, però, una volta entrati nei playoff, diventammo praticamente invincibili, davvero trasformandoci in quel mese, con una consapevolezza all’interno del gruppo che ancora definisco magica. Naturalmente, come sempre, ci vuole pure la fortuna e ricordo lì a Benevento, all’inizio dei playoff, quel loro palo col pallone che è corso lungo la linea per poi uscire e noi che poi facciamo gol al 90’ con Ganz: sì, sarebbe stata tutta un’altra storia”.



L’immagine

“Al triplice fischio (contro il Bassano: dopo la vittoria del Como all’andata in casa per 2 a 0, fu 0 a 0 nel ritorno; ndr), io che mi inginocchio, giusto un po’ di secondi per me, poi l’esultanza generale. Io che la B l’avevo continuata a rincorrere, io che ero sceso dalla B dopo lo Spezia ma che con la Cremonese ne avevo poi perso due di finali playoff e ci metto pure quell’altra sconfitta in una semifinale playoff, dopo che in campionato eravamo partiti con una penalizzazione di 6 punti. Insomma, come dire, una liberazione”.

Trentanovenne…

“Da una parte la testa, che certo fa la differenza; dall’altra quei tanti che mi dicono, ma come, ancora? La fiammella che ancora brucia per me è il rendermi conto di essere tuttora competitivo e so di essere stato fortunato perché di infortuni proprio seri non ne ho avuti. Purtroppo il tempo non si può fermare, mi rendo conto che possono essere le mie ultime partite, però ci metto ancora il quasi. Di sicuro non manca tanto, ma ancora mi spinge l’essere come detto competitivo con ragazzi che ne hanno venti di anni meno di me, ma soprattutto il percepire che di me hanno stima e così mi sento utile, sì, sia che giochi o non… un punto di riferimento, ecco”.

 



Nello spogliatoio

“Non che sia proprio uno silenzioso, però nemmeno di tante parole, quel che conta è quel che fai, come lo fai, così cerco sempre di non arrivare a qualcosa di… forte. Certo dipende da che tipo di spogliatoio in cui sei dentro, ora questo nostro è abbastanza giovane, fatto di bravi ragazzi, non certo – quanto lo ricordo – quell’ultimo anno a Como, davvero un disastro, la retrocessione, si arrivò proprio a litigare di brutto, con quella realtà che vivevamo, da abbandonati”.

Quale il divertimento?

“Qualcosa che un po’ ho già detto prima, il sentirmi un punto di riferimento, assieme all’essere competitivo, l’allenarsi in un certo modo, magari con carichi di lavoro un po’ diversi per via dell’età, ma sempre al 100%. D’accordo, se poi arrivano anche i tre punti è ancora meglio”.

Passione-lavoro

“No, in fondo per me non è stato mai un vero lavoro, so la fortuna che abbiamo nel far diventare un mestiere la passione, però è pur vero che non è tutto oro quel che luccica ed è giusto che sia così. Non mancano certo i momenti duri, difficili, subendo pressioni a cui non è facile abituarsi, quando giochi per vincere e soprattutto quando sei giovane. Poi col tempo e l’esperienza diventi più consapevole: anche la stessa gestione delle emozioni viene con gli anni”. 

Tanti anni in poche squadre

“So in effetti d’essere un po’ un’anomalia, però il fatto è che sono uno che si attacca molto ed essendo sempre stato un giocatore altruista, ho avuto modo così di sentirla per bene la stima dovunque sono stato. Se così stai bene tu e la società è contenta di te, si continua ad andare avanti. Con la Cremonese di mezzo un paio di infortuni, altrimenti avrei potuto rimanere, idem a Como – dove del resto vivo – se non ci fosse stato il fallimento. E comunque sia, sono le società in fondo a decidere, se non vai più bene ti lasciano a casa… si vede insomma che qualcosa ho dato e continuo a dare, sono fiero di questo”.

Dopo

“Quel che so è che mi piacerebbe allenare, almeno provarci, per vedere se sono in grado di farlo, dunque restare in questo nostro ambiente, anche se già so che una volta smesso, cambia tutto. Qualcosa a cui mi accorgo sto pensando specie quest’anno, come detto forse l’ultimo, anche se c’è sempre quel quasi…”.