Da lontano, Mario Fontanella (Al-Yarmouk - Kuwait)

Scritto il 28/01/2024
da Pino Lazzaro


Classe 1989, uscito dal settore giovanile del Napoli, Mario Fontanella ha vestito via via le maglie di Barletta (C), Neapolis (D-C), Sarnese (D), Bastia (D) e Budoni (D); sono poi seguite sette stagioni filate a Malta, nella loro “Serie A”, dapprima col Floriana, poi con Valletta. La scorsa stagione ha giocato in Bahrein con l’Al-Muharrak e in questa è in Kuwait – nella loro “Serie B” – con l’Al-Yarmouk che ha sede a Mishref, un’area residenziale di Kuwait City.



“Con gli occhi di adesso, me ne sarei andato ancora prima dall’Italia: se avessi un figlio maschio che decidesse di giocare, già a 15-16 anni gli direi di andarsene all’estero, sia per la mia esperienza che per quello che ho potuto vedere. Col settore giovanile del Napoli sono arrivato sino alla Primavera, poi C e D, facendo pure buone cose, ma l’etichetta che ti mettono addosso è comunque questa, C e D. E poi la fatica che lì da noi c’è per passare dalle giovanili alla prima squadra: all’estero ho visto che se le qualità le hai, ti mettono dentro prima”.

Altri mondi
“Andarsene certo facile non è, realtà diverse, lo stesso per la lingua e la cultura; la mia fortuna è che mia moglie è stata sempre con me, dappertutto: sono uno del sud io, attaccato alla famiglia e ne abbiamo due ora di bambine. Modi di vivere molto diversi e torno alla lingua, già l’anno scorso in Bahrein, come ora in Kuwait, per me è del tutto impossibile l’arabo. In effetti è stato meno difficile a Malta, sono tanti lì a parlare italiano e i primi anni col Floriana c’era Riccardo Gaucci presidente”.



Avanti con l’inglese
“Come detto, due bambine, la più grande era con noi già a Malta, a scuola lì insegnano inglese e maltese, lei che conosce entrambe ed ora pure se la cava con l’arabo. La più piccola ha 3 anni e proprio in questi giorni inizierà ad andare a una scuola internazionale, pure lei intanto imparerà l’inglese. Tutto sommato io me la cavo, per me napoletano già l’italiano è… difficile ed è stato quand’ero con la Valletta che ho dovuto sforzarmi con l’inglese, l’allenatore era serbo, tutti lì con l’inglese e così mi sono impegnato, altrimenti non avrei potuto parlare con nessuno”.

Vita cara
“Viviamo qui a Kuwait City e ti posso proprio dire che la vita è veramente cara, da mal di testa. Scuole pubbliche non ci sono, solo private e quanto costano. Noi qui in casa continuiamo a mangiare italiano, pasta eccetera e costa cinque volte tanto: spendi di più però pagano di più”.



Dedicato /1
“Sicuro, con l’età cambi e devi per forza crescere. A giugno ne farò 35 ma la mia fortuna e pure la mia forza è che ogni anno vado sempre meglio e guarda che sono i numeri a parlare, non sono chiacchiere. Ancora più professionista di prima e la mia vita è giusto casa/famiglia e campo. Sì, posso dire che negli anni sono cambiato in meglio”.

Dedicato /2
“Per quel che riguarda la settimana-tipo, ti dico la mia, è diversa per gli arabi, per loro allenarsi al mattino proprio non esiste. Così al mattino faccio sempre della palestra, l’allenamento con la squadra è al pomeriggio, in pratica mi ritrovo a fare tutti i giorni doppio, con in più un po’ di macchinari che ho lì a casa per il recupero. Per ora – scongiuri – siamo primi e sono il capocannoniere. L’obiettivo è quello di vincere il campionato ed è stato soprattutto questa ambizione a convincermi a venire qui, potevo rimanere in Bahrein o anche tornare a Malta, ma non sarebbe stato per vincere”.



Ci vorrà tempo
“Qui in rosa possono esserci in tutto massimo cinque stranieri. L’anno scorso sono stato il primo italiano a giocare in Bahrein e quest’anno ci sono solo io di italiano in Kuwait. Gli stranieri sono per la maggior parte sudamericani ed è difficile fare il confronto col calcio europeo, qui per me sono indietro anni luce. Si stanno evolvendo, ci sono allenatori e preparatori europei, ma non sarà facile. Tatticamente sanno poco, il gioco è più singolo, per questo ce ne sono tanti di brasiliani: palla lunga e ci pensano poi loro ad arrangiarsi lì davanti”.

Strutture da A
“Ci alleniamo verso le 17.30, ora come ora ci sono 25°. Campi in erba, il che per me vuol dire carriera allungata, più dispendioso e impegnativo il sintetico che qui per fortuna non esiste. Ecco, come strutture sono invece molto più avanti, ogni stadio ha lì vicino due-tre campi in erba, piscina, palestra, campi di futsal, basket e così via, potresti entrare in questi centri sportivi e non uscire più, lì sì ti sembra di essere in Serie A”.



Una cosa alla volta
“No, ancora non ho fatto alcun corso per il dopo, preferisco così. Tra poco avrò 35 anni e se inizio a fare/pensare altro, pure la mia testa cambierebbe. Ora, per dire, se mi sostituisci a 10’ dalla fine, facile che mi arrabbi di brutto, ma se per caso avessi già iniziato a studiare da allenatore, ecco che sarei costretto a “capire” e ne avrei così meno di forza e di convinzione. Io intendo allenarmi per bene ancora a lungo e andrò avanti così finché continuerò a vedere che sono uno che fa la differenza”.

Si cambia
“Lo scorso anno siamo stati a casa, in Italia, solo alla fine del campionato; quest’anno invece, dopo aver giocato di sera il 24 e il 31 dicembre – fine d’anno praticamente in campo – c’è stata una sosta e siamo riusciti a fare una settimana a casa. Quando ripenso a quand’ero giovane, specie per me, uomo del sud, l’idea di andare all’estero proprio non c’era, se me l’avessero proposto sarebbe stato un no sicuro, meglio una C in Italia che pure una A da qualche parte. Ora però ho cambiato idea: intanto sono esperienze che come detto ti formano e ti fanno crescere e poi fare 20 gol in C e farli, che so, per dire, nella A bulgara, di sicuro danno una visibilità diversa”.