Non solo calcio: Pietro Sighel (short track)

Scritto il 05/02/2024
da Pino Lazzaro


“Mio papà è stato a suo tempo campione del mondo, per forza di cose i primi pattini me li ha messi che avevo 3-4 anni. Lì, sul lago della Serraia, a Baselga di Pinè, vicino a casa, ghiacciato d’inverno, come lo è pure adesso. Un posto molto bello e particolare quello, filando sul ghiaccio sa dare delle sensazioni uniche”.

Un po’ “suonato”
“Non so bene cosa poi m’abbia proprio preso, forse il fatto che è uno sport adrenalinico, non ne devi avere di paura e devo dire che non ne ho nella vita. Poi, crescendo, la velocità che aumenta e le curve che diventano sempre più estreme, pare quasi la MotoGP. Lì a sfidare la forza di gravità, una sensazione che a me dà piacere, è la parola. Sì, qualcosa che ha in sé pure un po’ di follia se vuoi, su quella lama di appena un millimetro, un po’ da… fuori di testa”.



Chi la dura…
“Da ragazzino mi sono sviluppato tardi, gareggiavo per dire con sedicenni che già avevano la barba e io che ne dimostravo 12. È stato quello un tempo per me di una sorta di sfida personale, in fondo pure il mio papà aveva dovuto fare lo stesso percorso e così mi sono detto che se ce l’ha fatta lui, valeva la pena di aspettare, di vedere insomma da “grande” quale poteva essere il mio potenziale”.

Lavoro o “lavoro”?
“Diciamo che per me è lavoro più d’estate, d’inverno con le gare conta più la passione, allora diventa sì “lavoro”, quando raccogli quello per cui ti sei preparato d’estate e in più giri il mondo. Estate per me non significa perciò vacanze, quelle le posso fare magari a fine stagione: le vacanze estive, per le ambizioni che ho, non me le posso permettere”.

Sacrifici?
“Soprattutto un’adolescenza diversa. Da junior non ero forte, come detto mi sono sviluppato tardi però di mio mi sono sempre impegnato al massimo, un approccio serio nonostante i dubbi e le incertezze. Ora nelle gare oltre alla determinazione, posso aggiungere di mio pure la fantasia, specie nei sorpassi ed è un qualcosa che è proprio mia, mio padre correva su pista lunga, non nella corta”.



Ahi, la scuola
“Sì, pensavo troppo allo sport ed è pur vero che sono fatto così, se qualcosa mi piace e mi interessa allora la faccio, altrimenti c’è poco da fare. La scuola insomma non mi piaceva, un po’ asino lo sono stato, sono arrivato a un diploma professionale e chissà, magari in futuro mi metterò a studiare, sempre però qualcosa che mi dovrà piacere”.

La stagione
“Va da ottobre a metà/fine marzo e come gare internazionali ci sono 6 prove di Coppa del Mondo, l’Europeo e il Mondiale; se invece siamo in un anno olimpico, allora le prove di Coppa del Mondo si riducono a quattro, fermo restando Europeo e Mondiale, con in più così l’Olimpiade. La preparazione la iniziamo verso metà aprile, prime settimane tranquille, bici, corsa, lavori specifici d’atletica, palestra e simulazioni dei gesti tecnici che poi tra giugno e luglio portiamo sul ghiaccio. Poi, via via, non più bici e utilizziamo i rulli, lavorando progressivamente sempre di più sul ghiaccio, arrivando a settimane con doppi allenamenti, sempre con l’aggiunta di diverse sedute in palestra”.



Meglio in gara
“Sono senz’altro un agonista e nessun problema, le notti delle vigilie certo che dormo. Sì, anche noi visioniamo i video. D’accordo gli avversari, lo stile e la tattica, però correndoci assieme finisci per conoscerli e dunque ora i video me li vado a vedere soprattutto per cercare di capire quale può essere lo stato di forma degli altri”.

Obiettivo 2024
“All’Europeo ho fatto bene ma se guardo oltre all’Europa non è che mi senta particolarmente performante, non almeno come l’anno scorso. Il Mondiale sarà a metà marzo nei Paesi Bassi, a Rotterdam e mi ci vorranno degli aggiustamenti per ritrovare le sensazioni dell’anno passato”.

Obiettivo n. 1
“Dai, l’Olimpiade naturalmente, credo sia quello della maggior parte degli sportivi. Delle nostre tre gare individuali, quelle che preferisco sono i 500 e i 1500, meno mia in effetti è quella sui 1000 metri e non tanto per la durata – penso comunque d’essere più veloce che resistente – quanto perché è una prova più ostica, la velocità di crociera è davvero alta e non è un mio punto di forza lo stare davanti a fare il “trattore”. Velocità che rende proprio difficili i sorpassi, traiettorie complicate, con gli altri che provano pure a impedirtele”.



Tipologie d’infortuni
“Per noi soprattutto la caviglia è il tipico infortunio, come può essere il ginocchio nello sci… e pure farsi tibia e perone non è poi infrequente”.

Un po’ di calcio?
“Sì, ci ho giocato con gli amici, mai però in una squadra vera, per noi quel che bastava era trovarci nel parco. Per il riscaldamento un po’ giocavamo sino a un paio di anni fa, ora non più ed è invece quando siamo in raduno a Formia, lì al mare, che salta fuori il pallone, sempre però con parecchia cautela. No, allo stadio non ci sono mai andato, diciamo che simpatizzo un po’ per la Juventus, ma quello a cui guardo è il gioco che viene espresso e così penso a quanto ha meritato il Napoli lo scorso anno o lo stesso Milan due anni fa, ma niente di più”.



Classe 1999, atleta delle Fiamme Gialle, col papà Roberto già campione del mondo nella velocità allround a Calgary ’92, Pietro Sighel agli Europei di short track dello scorso gennaio a Danzica in Polonia ha vinto – primo atleta in assoluto a farlo – i 500, i 1000 e i 1500 m. Nel suo già ricco palmares, ha tra l’altro l’oro iridato sui 500 m a Seul 2023 e due medaglie olimpiche, entrambe a Pechino 2022: l’argento nella staffetta 2000 m mista e il bronzo in quella dei 5000 m.