Delprato: "AIC sempre vicina ai calciatori"

Scritto il 09/02/2024
da Claudio Sottile


Enrico Delprato, difensore bergamasco classe 1999, cresciuto nell’Atalanta e dopo aver militato con Livorno e Reggina è al terzo anno con il Parma, club del quale da pochi mesi è diventato capitano.



Peso specifico della fascia, in campo e sul braccio.
“Quando scendo sul terreno di gioco, rappresento la squadra, i tifosi e la città di Parma. Comunque, credo che la fascia di capitano sia una responsabilità, ma che, come rilevanza, sia sullo stesso livello di quella destra sulla quale giostro. Ciò che conta è contribuire al bene del collettivo. L’importante è dare il massimo, e cercare di rispondere alle esigenze dell’allenatore”.

A 24 anni già con i galloni.
“È un grande prestigio, mi fa veramente piacere essere il portabandiera dei ducali. È una responsabilità che ho verso un qualcosa più grande di me. Sono giovane e ho ancora tanto da imparare. Cerco di mettere il massimo, e di restituire quello che ho imparato dai capitani che ho avuto in passato, come Gianluigi Buffon in gialloblù o quelli incrociati in altri spogliatoi”.



Passaggio di consegne tra l’ex portiere e te.
“Stiamo parlando di un’enorme leggenda, italiana e mondiale, del nostro sport. Ho cercato di carpire il più possibile da lui, perché Gigi, a prescindere dal calciatore e dal capitano, è un uomo fantastico. L’ho osservato, notando i suoi comportamenti verso i compagni e lo staff. Ha insegnato tanto, non solo a me. Nonostante lo scorso anno fosse l’ultimo tra i pali aveva un’energia e una positività incredibili, non tralasciava mai nessuno del gruppo. Per lui era importante quello che giocava e segnava tanti gol, al pari di chi era magari in un momento della stagione in cui non riusciva a dare il proprio apporto. All’inizio hai un po’ di soggezione quando ti approcci a un totem, poi capisci che è una persona veramente incredibile, con la quale puoi interagire normalmente”.

E poi sei anche rappresentante Assocalciatori.
“Ho ereditato il testimone da Simone Romagnoli, era lui l’incaricato. Quando è andato via nel gennaio 2023, ho preso in carico il ruolo di rappresentante. Non sempre va tutto bene, specialmente nelle categorie inferiori, come Serie C e D, ci sono problematiche che emergono, e bisogna esser pronti. Il lavoro dell’AIC è importante, e tante volte non viene sottolineato a dovere. Nel bisogno del momento l’Associazione c’è. Parlando con ragazzi che sono incappati in varie vicissitudini con alcune società, tutti mi hanno parlato bene dell’AIC, che quando è necessario è sempre vicina ai calciatori e non li fa sentire soli”.



Febbraio 2024: il Parma in testa alla classifica cadetta.
“È un campionato che fa parte di un cammino iniziato nell’estate 2022 con l’approdo di mister Fabio Pecchia. L’anno prima il Parma era reduce dalla retrocessione dalla massima serie, aveva cambiato tanti interpreti e non è stato facile. Pecchia ha portato idee, entusiasmo e un nuovo stile di gioco. Ci siamo conosciuti sempre di più, e nel 2022/2023 siamo comunque giunti alle semifinali playoff. Adesso, non ci nascondiamo anche se la scaramanzia c’è, l’obiettivo è la promozione in Serie A. Sarebbe il suggello di un percorso. Sapevo del grande potenziale della squadra, però il torneo è ancora lungo, non abbiamo ancora raggiunto nulla. Quando tireremo le somme, capiremo se saremo stati bravi”.

Nelle due annate crociate sei andato a segno, eppure in questa sei ancora a secco.
“Mi sono districato in diverse partite da difensore centrale e non da terzino destro, e quindi non ho avuto grandi opportunità di spingermi in avanti per segnare. Sui calci d’angolo alterniamo la palla mossa per poi andare al tiro, a quella diretta in area di rigore, e così personalmente si riducono le possibilità di fiondarmi nei sedici metri avversari. Spero di sbloccarmi, fa sempre piacere gonfiare la rete”.



Sei figlio di Ivan, bandiera dell’Albinoleffe.
“Ho dei ricordi dei suoi ultimi due anni da calciatore. Non ho invece memoria del suo stile di gioco, quello l’ho appreso poi dai video su internet, ma mi sono rimaste impresse le dinamiche collaterali, come le tifoserie, o quando andavo a salutarlo durante il riscaldamento, accompagnato da mia madre. Con noi allo stadio veniva mio nonno paterno, e poi arrivavano anche i miei nonni materni. Era una specie di riunione di famiglia vedere mio papà che giocava. Quando ero nel settore giovanile dell’Atalanta, gli chiedevo dei consigli tecnici. Andando avanti, ho assunto consapevolezza delle mie prestazioni e non ho più domandato. Però, continua a dirmi sempre di nutrire passione e amore per questo sport. Devo ringraziare lui e mia madre, che non mi hanno mai spinto verso il calcio. Il sentimento verso il pallone, mescolato alla libertà di voler giocare senza la pesantezza che tanti genitori mettono ai propri figli, è stato fondamentale per la mia crescita”.

Dal tuo profilo Instagram: pochi contenuti, ma tanti momenti con le nazionali italiane giovanili.
“In generale, non mi piace granché far vedere la mia vita sui social. È tanto che non posto. Come ha dichiarato recentemente Jannik Sinner, ed è anche la mia filosofia, i social sono apparenza e la realtà è un’altra. Da bambino avevo il sogno di arrivare in Serie A, e poi in Champions League, mentre quello più grande era vestire la maglia azzurra. Tutti i ragazzi italiani vorrebbero indossarla almeno una volta nella vita. Anche se ci sono riuscito con le Under 19, 20 e 21, quando disputi le partite con l’Italia senti di rappresentare un intero Paese, è un grandissimo onore. Chissà cosa si prova nel cantare l’inno di Mameli con la Nazionale maggiore. Purtroppo, ancora non ho avuto questa possibilità, spero un giorno…”.