Javier Zanetti - Un legame Mondiale

Scritto il 28/02/2024
da Pino Lazzaro

foto: Maurizio Borsari

 Biblioteca AIC 



10 giugno 1978
Argentina-Italia, atto primo
Il silenzio e il freddo. Ricordo il silenzio e il freddo. In casa e fuori. Era strano che a Dock Sud, come del resto a Buenos Aires, regnasse il silenzio. Il freddo, invece, era più normale, era giugno e in Argentina è inverno. Erano le otto e mezzo di sera, eravamo davanti alla tv, io avevo sonno, di solito a quell’ora ero già a letto. Avevo quasi cinque anni.
Mio padre fissava lo schermo e scuoteva la testa. Sergio, mio fratello, era seduto di fianco a me, le labbra serrate, le mani giunte tra le ginocchia e gli occhi sgranati. “Javi, andiamo a letto?” la voce di mia madre mi fece voltare. Doveva essere successo qualcosa, di cui non mi ero accorto, forse mi ero addormentato, di sicuro faticavo a tenere gli occhi aperti.



Sfogliando
(pag. 18) In quel momento (vittoria al Mondiale ’78) non c’erano sofferenze, non c’era lo stress della dittatura, c’era solo la gioia. Si racconta che perfino le terribili torture e i rapimenti smisero, almeno per quel giorno
(pag. 24) In minima parte Londra ha qualcosa di simile, ma mai quanto Buenos Aires, dove si conta un centinaio di società tra la prima divisione e le serie minori
(pag. 30) Qualcosa di incredibile e impensabile. I due stadi delle due squadre di Avellaneda (Independiente e Racing) divisi solo da un terreno e un parcheggio. Non esiste al mondo niente di simile, non ho mai visto da nessun’altra parte due stadi affiancati. E per il calcio ho girato parecchio nella vita



(pag. 37) Moltitudini di persone si assiepavano davanti ai negozi di elettrodomestici non certo per comprare ma per vedere la partita che veniva trasmessa dai televisori in esposizione
(pag. 44) È difficile spiegare cosa significhi indossare la maglia del club per cui tifi. Diciamo così, pensate alla cosa che più amate nella vostra vita. Ora moltiplicatela per la passione più calda che avete dentro. Questo il risultato
(pag. 48) Se un pallone rimbalzava davanti ai nostri occhi non potevamo evitare di essere attratti, di stopparlo, di tirarlo. Ma io dovevo andare a messa, lo avevo promesso a mamma e al sacerdote



(pag. 53) È famosa la frase che gli rivolse Maradona al suo ingresso in campo (a Bochini). Gli si avvicinò e gli disse “Bienvenido maestro”
(pag. 81) Se la prima rete Maradona l’aveva realizzata in modo irregolare, la seconda valeva per due (Mondiale ’86, in Messico: Argentina-Inghilterra). Come da bambini, quando si segnava scartando tutti, quel gol valeva doppio, per dirla alla Osvaldo Soriano
(pag. 84) A tredici anni vivi l’attesa (la finale di un Mondiale) con ogni parte del corpo, senti fremere ogni muscolo, ogni viscera, e il respiro si accelera. Sembra di avere la febbre



(pag. 96) La mattina mi svegliavo prestissimo e lo seguivo (il papà). Era una vita ostica quella del muratore. A ora di pranzo tornavo a casa, mangiavo e poi, il pomeriggio, andavo a scuola
(pag. 99) Se rotola un pallone, l’argentino ne viene attratto. In Argentina, il calcio è cultura, non solo sport
(pag. 100) A fare il muratore me la cavavo. Lo spirito di adattamento non mi è mai mancato, come non manca al popolo argentino



(pag. 102) Volevo riuscirci o fallire con i miei mezzi. È sempre stato così nella mia vita. Non ho mai chiesto niente a nessuno, ho sempre voluto essere giudicato per quello che ero, che sono
(pag. 112) La garra che caratterizza il nostro popolo, che proprio come quello italiano si esalta nelle difficoltà, nell’avere tutti contro. E sa adattarsi
(pag. 120) Era un uomo di grande umanità (Carlos Bilardo). Diede consigli di vita ai suoi giocatori e li incoraggiò a restare amici anche al di fuori del campo, anche al di là degli anni



(pag. 125) Fu così che ottenni il mio primo contratto da professionista. Mi avrebbero pagato tre volte tanto quel che guadagnavo consegnando il latte
(pag. 139) Una persona vera (Roberto Baggio), dentro e fuori dal campo, come poche ne ho conosciute
(pag. 158) Avevo fatto gol in un Mondiale. Ero nella storia dell’Argentina. Ero un esempio per tanti bambini che quella sera stavano sognando un giorno di essere al mio posto
(pag. 165) Bisognava sostenere i più piccoli che avevano difficoltà anche solo a vivere quel poco che avevo vissuto io nella mia infanzia. Cioè andare a scuola, avere un piatto da mangiare e fare sport, giocare a calcio



(pag. 177) Ecco il mio obiettivo, dare una speranza e un’opportunità a ciascun bambino recuperato da una situazione di disagio di diventare capitano della propria vita
(pag. 187) Appiano Gentile era diventato un barrio di Buenos Aires. Dove c’è mate e dove c’è asado c’è Argentina
(pag. 196) Quando muore una mamma per forza di cose ci si sente più soli, seppure non lo si è, seppure intorno ci siano sempre le persone che ti sei scelto. Ma una madre è l’origine, è come la terra da cui provieni. Qualcosa di indelebile …



Javier Zanetti
UN LEGAME MONDIALE
Storie di calcio tra Italia e Argentina
Mondadori



Dell’agosto del 1973, discendente da una famiglia di emigrati italiani friulani (da Sacile), Javier Adelmar Zanetti è nato a Buenos Aires e ha esordito nella serie A argentina col Banfield dopo una stagione in B col Talleres de Remedios de Escalada. Il trasferimento all’Inter è nella stagione 1995/1996, squadra con cui ha ininterrottamente giocato sino a quasi 41 anni (lo stop a luglio 2014). Attuale vicepresidente dell’Inter, nel suo palmares “italiano” ha cinque scudetti, quattro Coppe Italia, quattro Supercoppe Italiane, una Champions League, una Coppe Uefa e una Coppa del Mondo per club. Con le sue 858 partite giocate con l’Inter è al primo posto tra i nerazzurri e con le sue 615 presenze in A è al quarto dopo Buffon (657), Paolo Maldini (647) e Totti (619). Sono invece 145 le sue presenze con la maglia dell’Argentina (terzo dopo Messi e Mascherano). Insomma, come dire, da mettersi praticamente sull’attenti, sì.