La “Macchina del gol”

Scritto il 26/02/2024
da Stefano Ferrio


Dallo straordinario archivio dell’Associazione Calciatori riecco le facce di Moreno, Pedernera e Labruna, favolosi attaccanti del River Plate che negli anni ‘40 venne chiamato “La Maquina”.



Trio meraviglia
Questo allegro trio di busti con la maglia del River Plate di Buenos Aires costituisce, in tutti i sensi, uno dei pezzi più pregiati dell’intero, straordinario archivio fotografico dell’Associazione Calciatori. Non solo perché si tratta di una foto ormai rara, risalente alla stagione 1939 – ‘40. Ma ancora di più per l’incomparabile “valore” calcistico dei personaggi ritratti. Che, da autentiche icone del calcio argentino, meritano di essere presentati con ogni dettaglio.
Il primo da sinistra è Josè Manuel Moreno, detto “El Charro” (il cowboy), fantasista d’attacco, nato a Buenos Aires il 3 agosto 1916, morto a Buenos Aires il 26 agosto 1978, considerato il 25° calciatore del XX secolo nella classifica stilata dall’IFFHS (International Federation of Football History & Statistics).
Quello al centro risponde al nome di Adolfo Pedernera, nome d’arte “El Maestro”, “centravanti di movimento”, nato a Buenos Aires il 15 novembre 1918, morto a Buenos Aires il 12 maggio 1995, inserito al 58° posto nella lista dei migliori giocatori di sempre stilata nel 2017 dalla rivista Four-four-two. Secondo un fuoriclasse della levatura del suo connazionale Alfredo Di Stefano, si tratta invece del più grande di ogni tempo, meglio perfino di Pelè e Maradona. Uno che, parole di Di Stefano, era semplicemente “Il Calcio”.  
Infine, a destra, spicca il sorriso di Angel Amadeo Labruna, attaccante puro, nato a Buenos Aires il 28 settembre 1918, morto a Buenos Aires il 20 settembre 1983, autore di 294 gol segnati nella Primera Division Argentina, secondo solo al bomber paraguayano Arsenio Erico, che ne siglò appena uno di più.



Ognuno di questi tre merita un romanzo
Se ognuno dei tre merita un libro per la caratura delle imprese compiute e i florilegi di aneddoti di cui sono costellate le loro carriere, una volta messi assieme, più che un romanzo evocano uno di quei poemi epici in cui vengono cantate le gesta, perlopiù mirabolanti, di olimpici dei e invincibili eroi. D’altra parte, se aggiungiamo ai loro nomi quelli di Juan Carlos Munoz e Felix Lostau, entrambi nativi di Avellaneda, si compone l’intero quintetto offensivo del River Plate negli anni ‘40 passato alla Storia del Calcio come “La Maquina”, la macchina. Nome di battaglia che nasce da questa frase: “I ritmi, il buon allenamento, il morale di cui è dotata la squadra e il valore individuale dei suoi componenti, tutto ha contribuito perché il River di oggi dia la sensazione d'essere una macchina”. Ne è autore lo scrittore e giornalista uruguayano Ricardo Lorenzo Rodriguez, meglio noto come Borocotò, che il 12 giugno 1942, sulle colonne della rivista El Grafico, così descrive la squadra biancorossa ammirata durante la partita vinta 6-2 sul campo del Chacarita Juniors.



Collettivo carismatico
Forgiata da Renato Cesarini e José Minella, i due allenatori che in quel periodo si succedono sulla panchina del River, la Macchina deve la sua forza a una concezione di “collettivo” assolutamente d’avanguardia per l’epoca, esaltata dall’intercambiabilità dei ruoli offensivi e dalla tecnica eccelsa con cui i singoli sanno impostare o concludere azioni vincenti. Non si tratta solo di “risultati”, che peraltro si concretizzano in quattro campionati vinti, ma anche di irresistibile carisma, esercitato sulle folle da divi del pallone che tali restavano anche fuori dal campo. Rimanendo ai tre attaccanti di questa immagine, l’esclusione dalla squadra di Manuel Moreno, dovuta alla troppo intensa vita notturna del “Charro”, provoca lo sciopero per protesta, durato fino al reintegro, di buona parte degli altri biancorossi. Quanto ad Angel Labruna, basta chiarire che, dei 240 gol segnati in quel periodo aureo dal River, ne firma 115, quasi la metà, mentre “El Maestro” Adolfo Pedernera incanta generazioni intere di tifosi con la sua inarrivabile “Marianela”, rotazione di 180 gradi palla al piede con cui lascia sul posto qualsiasi difensore avversario, portando alla perfezione estetica questo particolare dribbling, creato da un altro giocatore argentino, Juan Evaristo, centrocampista dello Sportivo Palermo e della nazionale.



Gemellato al Grande Torino
Gli anni ‘40 della “Maquina” sono gli stessi del Grande Torino caduto a Superga nel 1949, squadra così simile a quel River Plate per la Bellezza di un gioco emozionante, e non solo vincente. Pare quindi scritto che tra i due club reciproca ammirazione, alimentata dai presidenti Ferruccio Novo e Antonio Vespucio Liberti, fino al gemellaggio celebrato con la partita giocata a Torino il 26 maggio 1949 in memoria dello squadrone granata appena scomparso: da una parte una selezione di stelle del campionato italiano e dall’altra il River Plate. Davanti a 40mila spettatori commossi finisce 2-2, e uno dei due gol argentini porta la firma di Angel Labruna.