Una casa per Montuori

Scritto il 01/03/2024
da Stefano Ferrio


Lo sventurato asso argentino della Fiorentina, a cui i compagni donarono una nuova vita



Il primo 10 viola
Difficile, ai limiti dell’impossibile, rinvenire nella storia del calcio italiano una storia drammatica e commovente come quella che riguarda questo “indio” in maglia viola. Perché se l’epopea della Fiorentina è segnata da grandi numeri 10 che di nome possono fare Giancarlo “Picchio” De Sisti, Giancarlo Antonioni e Roberto Baggio, l’inizio è riservato a lui, il primo in ordine di tempo a rivestire in modo così eccelso la maglia con quel numero.
Il suo nome completo è Miguel Montuori, generalità con le quali, il 24 settembre 1932, viene iscritto all’anagrafe della città argentina di Rosario. Il cognome rivela le origini italiane, dovute al padre, discendente di una famiglia napoletana, mentre la carnagione olivastra è eredità della madre, argentina che ha nelle vene sangue africano.



Regista del primo scudetto
Dotato sin da ragazzo di corporatura compatta quanto armonica, Miguel ottimizza questa dotazione di Madre Natura giocando a pallone con il tipico piglio del “regista” offensivo, predisposto in ugual misura a segnare e a far segnare grazie a un repertorio tecnico squisitamente completo. Se ne accorgono prima in Cile, dove nel 1954 guida l’Universidad Catolica di Santiago alla conquista del titolo nazionale, e poi a Firenze, dove il suo arrivo nella “rosa” agli ordini del grande Fuffo Bernardini, accanto ad altri campioni come Sergio Cervato e il brasiliano Julio Botelho (detto Julinho) si rivela subito decisivo per il primo scudetto cucito sulle maglie della “Viola”, nel 1956. Ecco perché, un anno più tardi, per l’esattezza il 30 maggio 1957, Montuori sarà in campo davanti ai 124mila spettatori che riempiono lo stadio Santiago Bernabeu di Madrid per la finale della seconda Coppa dei Campioni della storia, vinta 2-0 dal Real anche grazie a un rigore inesistente, che l’arbitro olandese Leon Horn assegna a metà ripresa per un fallo in realtà commesso fuori area. Trasforma Alfredo Di Stefano, e dieci minuti dopo raddoppia Francisco Gento.



In azzurro da oriundo
Ma l’onorevole sconfitta subita in Spagna sembra solo un capitolo di una Storia destinata a portare gloria tanto alla Fiorentina che al suo ammiratissimo numero dieci, come puntualmente dimostrato dai successivi quattro secondi posti in Serie A, dalla Coppa Italia vinta nel 1961, e dalle dodici partite con la maglia azzurra della Nazionale, dove Montuori approda come oriundo, guadagnandosi addirittura la fascia di capitano. Ma il Fato infrange ogni sogno di gloria prendendo la forma della violenta pallonata che nella primavera del 1961, durante un’amichevole infrasettimanale giocata sul campo del Perugia, gli provoca il distacco della retina di un occhio. A soli 28 anni di età, nonostante il successivo recupero di una vista normale, ciò significa un brusco addio al calcio giocato, nonché l’inizio di una personale odissea che comporta altri gravi problemi fisici, a cominciare da quelli provocati da un aneurisma, e il ritorno in Cile dove, assieme alla moglie Teresa e ai loro quattro figli, si ritrova a vivere sulla soglia della miseria.



Firenze nel cuore
Ma il talento e la generosità di “Michelangelo” Montuori, come recita la carta di identità dopo la naturalizzazione italiana, fanno sì che di lui non ci si possa dimenticare. Al punto che nel 1988, quando l’indimenticato campione e la consorte sono ospitati a Firenze, per una celebrazione dello scudetto del ‘56, i suoi compagni di squadra si prodigano per regalare alla coppia una casa in città, dove già sono tornati a vivere due figli. Così, fino al 1998, anno in cui muore a causa di un male che stavolta non gli dà scampo, Miguel Montuori potrà dedicare il tempo libero a insegnare football ai ragazzini del Calcio Isolotto e di altre società fiorentine.
Prima di congedarsi dal mondo, fa in tempo a scoprire l’alta qualità pedatoria di un giovanissimo destinato a rimanere a suon di gol nella storia della Sampdoria: Francesco Flachi.