Paolo Faragò: “Il mio vino per Pancrazio e Giuseppe”

Scritto il 16/03/2024
da Claudio Sottile


Paolo Faragò, ex esterno di Novara, Cagliari, Bologna, Lecce e Como, il 25 gennaio scorso si è ritirato dal calcio giocato, dopo quasi 300 presenze tra Serie A, B e C. A soli 30 anni ha detto basta, a causa dei 13 interventi all’anca sinistra iniziati nel maggio 2019. In Sardegna, a Serdiana e Soleminis, terra d’adozione cagliaritana, ha aperto un’azienda vinicola che porta il suo cognome. Nel 2021 la prima annata in bottiglia.



Cosa sarebbe stato.
“Nel momento in cui stavo migliorando come prestazioni e continuità in Serie A, mi sono fermato. Avevo 26 anni. Avrei potuto fare di più, ma non so se senza l’infortunio ci sarei riuscito. Da quando mi sono fatto male, ho capito che la mia crescita si sarebbe interrotta”.

13 maggio 2023, Como batte Ternana 3-1.
“Ero incazzato perché avevo giocato solo pochi minuti (ride, ndr). Sono entrato sul finire contro gli umbri e, ovviamente, non avrei mai immaginato che sarebbe stata la mia ultima partita da calciatore, altrimenti l’avrei vissuta diversamente”.

Domani, ancora dietro al pallone.
“Nel dicembre 2023 mi hanno impiantato una moderna protesi all’anca sinistra, indicata anche per poter svolgere attività sportiva”.



Cosa è.
“Con "Tenute Faragò", da 15 ettari di cui circa sette vitati, produco 10.000 bottiglie. Arriverò già dalla prossima annata ad averne 15.000. Sono tutti uvaggi di proprietà e autoctoni sardi, bianchi e rossi, vendemmiati a mano: malvasia e vermentino i bianchi, cannonau e bovale i rossi, poi dal cannonau otteniamo anche un rosato. Ho otto etichette totali, tre tipi di cannonau, due di bovale, due di malvasia e una di vermentino, in base alle tipologie di affinamento e di vinificazione. I vini vanno in etichetta col nome del vitigno perché non facciamo assemblaggi. Per esempio, nel cannonau c’è il 100’% di questo vitigno, è una scelta legata alla valorizzazione dell’uvaggio e del progetto totale. Così, si attribuisce un risalto maggiore all’azienda. Del resto, è particolare andare in bottiglia col 100% dei vini in purezza. Distribuisco a enoteche e ristoranti, per me basta e avanza riuscire a mantenermi solo sul mercato sardo. Non voglio diventare una realtà troppo grande”.



Il timore di dire basta.
“Provo paura più o meno tutti i giorni, che non è smarrimento. Avverto un sentimento difficile da spiegare, è un mix con l’entusiasmo. Essere dipendente da me stesso, in un settore complicato come quello del vino, sapendo di avere davanti altri investimenti da fare, è un qualcosa che mi rende sia desideroso di portare avanti questo progetto, sia impaurito. E, comunque, mi fa riflettere su quanto sia delicato il momento che sto vivendo”.

Punti di contatto.
“Avere una cultura del lavoro impostata chiaramente ti dà una mano, dentro e fuori dal campo. Poi, il saper convivere in un gruppo, esserne parte significa capire e gestire le dinamiche. Nel calcio è soltanto quello dello spogliatoio, mentre in un’azienda che produce vini ci sono vari gruppi, a seconda della sua grandezza. Al momento coordino dei consulenti, che fanno delle lavorazioni per me”.



La carriera di Paolo Faragò, se fosse un vino.
“Dei miei vini, mi piace molto il cannonau. È un uvaggio che gode di una cattiva fama, ma nonostante questo riesce ad avere qualità, corpo, eleganza, dà vita a buoni vini, anche se non ci si aspetta che ci riesca. Non mi ci rivedo però, da calciatore non godevo di una cattiva fama (sorride, ndr)”.

In cantina, il tuo vino viene vinificato e affinato utilizzando acciaio, legno e ceramica: per ogni materiale, abbina un ex compagno di squadra.
“Come il vino che quando invecchia nel legno diventa sempre più buono e più elegante, così è stato Simone Padoin nei tre anni in cui abbiamo giocato assieme sull’Isola. Per la ceramica, fragile ma allo stesso tempo, se rispettata, in grado di dare vita a grandi vini, macinando grandi prestazioni e grandi annate, dico Pablo González, con me al Novara. L’acciaio è Leonardo Pavoletti, che nonostante due grossi infortuni, ha avuto la resistenza per ritornare a essere decisivo e determinante per il Cagliari”.



C come casa, C come Casteddu.
“Con mia moglie Irene, anche lei non sarda, ci siamo totalmente innamorati di questa terra, trovandoci a sentirla casa. Non sappiamo dire il motivo esatto, sarebbe riduttivo ricondurlo a mare e clima. C’è un insieme di persone, ritmi, ambienti. Forse influisce la nostra condizione personale, non convivevamo prima di venire a Cagliari, lei studiava a Pavia mentre io vivevo e giocavo a Novara. A Cagliari siamo diventati famiglia e quindi casa”.

C come Como, C come Cagliari.
“L’anno prossimo mi auguro di vederle entrambe nella massima serie, sarei doppiamente contento”.

Al Bologna la maglia n. 43, in onore del civico di via Paolo Fabbri, album di Francesco Guccini del 1976.
“Quando sono arrivato in Emilia ho omaggiato quello che era già all’epoca, e poi lo è diventato sempre di più con i suoi testi e le sue canzoni, un mio riferimento. Mi è sembrato bello prendere il 43, purtroppo ho usato una sola volta quella maglia. Sarei dovuto andare a casa sua a Pavana, nel pistoiese, per conoscerlo, ma prima il COVID, poi le mie varie operazioni, e non è più accaduto. Spero quest’estate di riuscirci, e di portargli una delle mie bottiglie”.



Vigneto o campo da calcio.
“Se riuscissi a non far più niente nell’ambiente del calcio, sarei contento. Ho amato e amo il calcio giocato, ma ho odiato tante dinamiche che ho dovuto vivere quando sono incappato nei problemi fisici. C’è stato un legame col calcio dal sapore contrastante. Nel post carriera agonistica non mi vedo all’interno di questo mondo”.

Cosa ubriaca di più.
“Per me il calcio non è mai stato ebbrezza, non l’ho mai provata. Non mi ha mai dato alla testa, stessa cosa per il buon vino, se bevuto con moderazione”.

Ideali degustatori d’eccezione.
“I miei nonni. L’ho sempre visto sulle loro tavole. Pancrazio e Giuseppe, purtroppo, non ci sono più. Erano appassionati di vino”.