"Le parole che non ti ho detto", Massimo Pellegrini

Scritto il 06/03/2024
da Giuseppe Rimondi


 “Già talento dalla carriera condizionata da un grave infortunio, cerca ora di regalare momenti di felicità attraverso il calcio ai ragazzi diversamente abili”

Quando arrivi nella bellissima Piazza Roma di Modena trovi una Pinseria romana, (quale connubio migliore?), aperta insieme ad altri tre soci da Massimo Pellegrini, ex calciatore originario di Frascati, nella zona dei Castelli Romani, ma trapiantato oramai da tantissimi anni nella città emiliana, dove nessuno ha dimenticato il suo cristallino talento.

Massimo, come nasce questa passione per la ristorazione?

«Dopo aver smesso di giocare ho allenato qualche anno le giovanili del Sassuolo ma forse non ero pronto, davo per scontato tante cose, pensavo che certi  fondamentali non andassero insegnati, che fosse naturale averli, invece con i giovani devi sempre partire da zero. Contemporaneamente avevo una passione per i vini e quindi ho aperto insieme ad amici un wine bar, il Moreale, che abbiamo portato a essere uno dei migliori bar di Modena, dalla colazione agli aperitivi serali. Nel 2018 c’era questo locale chiuso da qualche anno che dava su Piazza Roma e partendo dal nome della piazza è venuta l’idea di aprire una Pinseria, servendo proprio prodotti romani. insieme a questi tre soci anche loro romani. In questi anni abbiamo concesso il franchising e un locale come questo lo hanno aperto anche a Capri e a Padova. Siamo resistiti al Covid e ora che il mercato della ristorazione ha ripreso a pieno regime l’intenzione è di aprire anche a Milano e Verona».

Hai però avuto un’idea ancora più fantastica, aiutare i ragazzi “diversamente abili”…

«Prima ho ripreso ad allenare, sempre nelle categorie dei giovanissimi, a Fiorano poi per circa sei anni al Modena. A questo punto insieme a Ilaria Mazzeo, amministratore delegato corporate del Modena nonché moglie di Matteo Rivetti, amministratore delegato del club gialloblù, abbiamo messo in pratica questo progetto, che da un paio di anni ci frullava nella testa, di aiutare questi ragazzi disabili del poliambulatorio Gulliver. Non è stato facile perché abbiamo dovuto trovare le strutture adatte e riuscire ad organizzare tutti i trasporti per questi ragazzi che a oggi sono circa un’ottantina. Facciamo tre allenamenti la settimana, loro si divertono e indossano la maglietta del Modena. Per ora non giochiamo partite, ci piacerebbe riuscire a organizzarle, ci stiamo pensando, non è facile. Sono ragazzi meravigliosi, sono molto orgoglioso di loro. Queste cose vanno fatte senza parlarne troppo, il bene lo fai senza pubblicizzarlo, infatti non ne parlo quasi mai».

 



Ripartiamo dall’inizio, della tua carriera da calciatore. Appena tredicenne parti da Frascati destinazione Milano sponda Inter. Un bel salto!

«Avevo molte società blasonate che mi cercavano, dalle romane alla Fiorentina fino al Milan. In quell’anno, era il 1980, l’Inter vinse lo scudetto con Bersellini allenatore. Durante il provino mi presentarono Benito Lorenzi, solo dopo capii chi mi stesse valutando, il grande “Veleno”. Finire in nerazzurro mi sembrò la scelta migliore per me. Mi trasferii nel pensionato dell’inter insieme ad altri venticinque ragazzi provenienti da fuori, in via Famagosta a Milano. Finita la scuola e l’allenamento potevi vivere la città».



Se ti chiamiamo Massimo Ottolenghi ti arrabbi?

«Assolutamente no».

Puoi raccontare cosa successe?

«Si giocava in Argentina questo Mundialito per squadre giovanili, io sarei stato fuori dal limite di età per due giorni appena, la società mi chiese se me la sentissi di partire con la squadra sotto “falso nome” appunto  Massimo Ottolenghi (un ragazzo che militava nella squadra “B” dei giovanissimi) e a ogni appello dell’arbitro di turno ero chiamato così. Affrontammo formazioni del calibro di Real Madrid, Flamengo, Bayern Monaco e in finale il Tahuici, squadra boliviana. Fui capocannoniere del torneo con otto reti in sette partite. Non segnai solo in finale, poi vinta ai rigori, anche perché dovetti uscire alla fine del primo tempo per una botta in testa. Sui giornali italiani uscivano notizie e tabellini con i gol di Ottolenghi. Dopo la vittoria la cosa fu scoperta e il successo andò ai nostri avversari della finale. Io fui squalificato alcuni mesi ma tra l’estate e l’inizio della stagione successiva persi l’attività agonistica per pochissimo tempo. In quel momento non pensavo che la cosa fosse così “sporca”».



Tornando indietro nel tempo, rifaresti quella scelta?

«Sinceramente? Sì, sempre. Fu un esperienza meravigliosa, a quattordici anni giocavamo negli stadi che avevano ospitato i Mondiali del 1978, appena due anni prima, davanti a 40-50 mila e a volte anche 80,000 persone. Quasi un mese a Buenos Aires, ripeto, fu bellissimo. Il giorno dell’inaugurazione, al Monumental, durante la sfilata di tutte le  squadre partecipanti pesai: ma come facciamo ad arrivare in fondo? Era un torneo organizzato dalla Coca-Cola, vi parteciparono sessanta squadre, quattro anni dopo ad ospitarlo toccò alla Spagna, poi non si disputò più».

Inoltre sei ancora  il più giovane calciatore dell’Inter dal dopoguerra ad aver esordito in serie A.

«In effetti avevo ancora sedici anni, l’allenatore di allora, Rino Marchesi, stravedeva per me, e mi portava spesso in panchina. All’Olimpico, contro la Roma, mi fece entrare a pochi minuti dal termine. Nella squadra giallorossa, che poi vinse lo scudetto, giocavano grandi campioni come Falcao, Bruno Conti, Pruzzo e diversi altri. Fu una grande emozione. Passavo da giocare il torneo di Viareggio insieme a ragazzi nati nel 1963, io che ero tre anni più giovane, ad aggregarmi subito dopo alla prima squadra».

Dopo un anno in prestito al Monza ti mandano a Cagliari dove presidente era Gigi Riva, ricordi?

«Avevo avuto Sandro Mazzola in neroazzurro, a Cagliari trovai Riva, personaggi di uno spessore altissimo, di un calcio che, purtroppo, non c’è più. Di lui ricordo che veniva al campo d’allenamento il giovedì e, tra una sigaretta e l’altra, si metteva a calciare in porta di sinistro dal limite dell’area,  tutti palloni che finivano all’incrocio dei pali o quasi… In Sardegna Riva era un re, una volta gli rubarono tutte e quattro le gomme della macchina, il giorno dopo i ladri, leggendo la notizia sul giornale e rendendosi conto di chi avevano derubato, gliele fecero ritrovare».

Poi arrivi al Modena, in Emilia.

“ Nel 1990 con Renzo Ulivieri in serie B feci il mio miglior campionato, nove reti da centrocampista, senza battere rigori. Ci salvammo all’ultima giornata a Udine dopo un girone di andata disastroso, da penultimi in classifica, e ancora non c’erano i tre punti per la vittoria, riuscimmo a rimontare e a metterci dietro quattro squadre».



E veniamo al fattaccio dell’anno dopo, l’infortunio a Brescia che compromise la tua carriera.

“ Giocavamo a Brescia e perdevamo 2-0 a pochi minuti dal termine, controllo un pallone a centrocampo, in una zona non pericolosa per i miei avversari, mi arrivano da dietro, sulla gamba d’appoggio, mi spezzano tibia e perone e mi fanno saltare anche i tre legamenti della caviglia. Un entrata folle, senza senso. Solo un'ammonizione. Prima di entrare in sala operatoria, a Modena, il chirurgo mi disse che non sapeva se sarei potuto tornare a giocare. In effetti non tornai più come prima, ripresi a giocare un anno dopo, tecnicamente ero bravino, ma purtroppo la gamba e la caviglia non mi permisero di ritornare ai miei livelli. Giocai comunque ancora qualche stagione, soprattutto nel Sassuolo».

 

Massimo Pellegrini racconta tutto con la serenità dell’uomo buono, del campione che la sfortuna gli ha impedito di essere sul campo ma che lo è nella vita.