Jaroslav Šedivec: “Quando firmai alla Juve”

Scritto il 23/03/2024
da Claudio Sottile


Jaroslav Šedivec, ceco classe 1981, ex ala e seconda punta mancina. In Italia dal 2002, dopo la firma con la Juventus (insieme a Pavel Nedved) ha vissuto le annate più significative tra Catania, Perugia, Crotone e Triestina. Adesso è impiegato in un’azienda enologica friulana, occupandosi di logistica e magazzino.



Fine carriera.
“Ho smesso presto col professionismo, nel 2012 alla Feralpisalò, a causa di varie vicissitudini. Come primo impatto, ho voltato le spalle al mondo del calcio, e ho iniziato a guardarmi intorno altrove. Dal 2017 sono in Friuli-Venezia Giulia, abito a San Vito al Tagliamento in provincia di Udine e lavoro a Villotta di Chions, vicino Portogruaro, nella C&C. È l’azienda di un mio amico che commercializza vino, in primis, e birra; inoltre, ha delle cantine di proprietà in alcune tra le aree vitivinicole più vocate sul territorio nazionale, raggiungendo il controllo diretto della filiera in ogni fase di produzione. Vendiamo in Italia e all’estero, principalmente a GDO e Horeca. Sono nell’ufficio logistica, mi occupo di spedizioni e chiudo i contratti con i trasportatori, gestisco fatture e documenti. Mi capita anche di andare nelle cantine, a vedere direttamente il nostro prodotto”.

Piatto, anzi bicchiere forte.
“Siamo potenti sul mercato dei prosecchi, vediamo milioni di bottiglie, dai DOC e DOCG fino agli IGT. Siamo messi bene anche sui vini fermi, tramite le nostre cantine in Veneto, Friuli-Venezia Giulia, Campania e Piemonte. Ogni anno aumentano i clienti, i lavori e le richieste, è una realtà in grande espansione. Sono contento”.



Riavvolgiamo il nastro.
“Da calciatore avrei potuto fare molto di più, l’ho realizzato anche parlando con ex mister ed ex compagni di squadra. Come dicevo, ho smesso abbastanza presto, sono stato mio malgrado travolto da alcuni problemi societari. Ho beccato club sull’orlo del fallimento, che poi infatti sono andati ko, a questo aggiungi qualche infortunio… Un percorso non semplice. Dai palcoscenici rinomati ai dilettanti, una rapida discesa (sorride, ndr), ma ormai è passata. Ho una vita normale, semplice, lavoro e sto con la famiglia. Si va avanti”.

Il calcio, sul lavoro.
“Mi capita di essere riconosciuto soprattutto nel giro dei trasportatori, che è prettamente maschile. Leggono il mio nome, non proprio comune, e qualcuno si ricorda di me. Oppure, mi cercano su internet e poi mi dicono ‘ah, allora eri tu che giocavi a calcio’. Mi fa piacere”.

Anche se ti manca la Serie A italiana.
“In Repubblica Ceca ho giocato nella massima serie. Poi firmai il contratto con la Juventus, e da lì partì la mia gavetta in Serie B. Dopo gli anni con Perugia e Crotone ebbi delle proposte dalla Serie A, ma la scelta alla fine ricadde sulla cadetteria. Col senno di poi, fu un errore di valutazione, l’avessi raggiunta sarebbe stato più semplice rimanere sui campi più importanti. Comunque, penso che avrei potuto dire la mia anche tra i big”.



Neanche Wikipedia sa della Juventus…
“Sono approdato per la prima volta in Italia nel 2001, portato dallo stesso procuratore di Pavel Nedvěd. Sono andato a firmare a Torino con Pavel, io proveniente dal Viktoria Plzeň dopo aver giocato il Mondiale Under-20 in Argentina, lui arrivava dalla Lazio. La Juventus mi ha rimandato subito al Viktoria Plzeň in prestito per un anno, e quando è finito i bianconeri mi hanno inserito in alcuni scambi, diventando un giocatore della famiglia Gaucci, e iniziando a girare tra Catania e Perugia. A Torino sono stato soltanto per visite mediche e firma del contratto, non ho mai disputato nemmeno mezzo allenamento”.

Nedvěd, al contrario, rimase a lungo all’ombra della Mole.
“È di Cheb, un paese non lontano da casa mia, lo conoscevo solo di vista, poi ci sono riuscito personalmente quando siamo andati assieme in sede. Era una stella della nostra Nazionale e di tutta la Repubblica Ceca”.

In Calabria con Gian Piero Gasperini.
“Mi trovavo veramente bene, sono state stagioni eccezionali. Mi piaceva tanto, ha creduto in me, mi faceva giocare e mi divertivo nel suo stile di gioco. Tra i mister che ho avuto, quello ora all’Atalanta è nei top”.



In Umbria, figurina Panini 2004/2005 divisa con Eusebio Di Francesco.
“Il suo ultimo anno da calciatore. Un ragazzo splendido, si vedeva già che aveva la dote di vedere il nostro sport diversamente. Ebbi la fortuna di giocare con lui; alla fine di quel campionato smise, e andò a Roma come team manager. Da lì partì la sua nuova carriera. Sulla panchina biancorossa al timone Stefano Colantuono, anche con lui ho avuto un bel rapporto. Ho giocato con un po’ di mister dell’attuale Serie A. Ivan Jurić del Torino, con me al Crotone; ci siamo rivisti recentemente con le famiglie, è un caro amico. Poi Roberto D’Aversa, fino a pochissimo tempo fa al Lecce, compagno a Mantova e a Trieste. Con Vincenzo Italiano della Fiorentina ci siamo rincontrati a Coverciano, ai tempi del corso UEFA B con l’AIC. Avremmo voluto giocare assieme, stava succedendo quando lui militava nel Padova, ma non se ne fece nulla. Tutte persone ottime, sia sul lato umano sia su quello tecnico. Grazie a Ivan ed Eusebio simpatizzo per il Torino e la Roma. I granata hanno una storia incredibile, nella Capitale invece conobbi l’ottavo re di Roma, Francesco Totti. Mia figlia Atena tifa Toro, perché si è affezionata alla squadra durante una delle nostre visite al Filadelfia”.



Ti sei divertito.
“Dico sempre che gli anni rimasti nel cuore sono quelli di Catania, Perugia e Crotone. Lì ho dato veramente tutto ciò che avevo. La gente mi voleva bene e avverto ancora oggi l’affetto. Col Grifone ho segnato nei due derby con la Ternana. Nulla togliere alle altre piazze, anche a Trieste e Mantova ho provato il calore, ma l’entusiasmo di quelle tre mi ha fatto veramente sentire giocatore”.

Paura delle scarpette al chiodo.
“Alla fine della carriera sì, perché la sfortuna professionale che ho avuto si è ripercossa sul lato economico. Ho giocato tre anni praticamente gratis visto il fallimento delle società, e nel frattempo è nata mia figlia. L’impatto di quel momento sulla vita mia e della mia compagna Giovanna è stato forte. Ma, col senno di poi, allontanarsi dal mondo del pallone è stata la scelta giusta da prendere. Adesso, invecchiando, la voglia pian piano mi sta ricrescendo. Vorrei allenare magari i ragazzi, la pausa di qualche anno mi ha fatto bene. Ho conseguito tutti gli aggiornamenti del patentino UEFA B, vediamo se torno a fare qualcosa nell’ambiente”.

Punti di contatto.
“Da dove vengo io, uno è abituato a rispettare le regole. E quindi, nel lavoro di gruppo, per me è più facile seguirle. Altri punti in comune non ne vedo; giocare a calcio può essere stressante, tuttavia, rimane un privilegio che va sfruttato e coltivato, perché si è personaggi pubblici e bisogna dare l’esempio ai più giovani”.



Cosa ubriaca di più, pallone o calice.
“Il vino si gusta. Fare il calciatore può far andare la testa. Ti ritrovi da non aver niente ad avere tutto, ma può finire presto...”.

Il tuo calcio, oggi.
“Da quando ho smesso, ho partecipato a qualche calcetto. Ora mi diverto col tennis, mi piace, ma non sono mancino (sorride, ndr). Se ci fosse qualche partita di beneficenza, giocherei volentieri a calcio. Un paio di anni fa sono stato operato al collo per due ernie, e altrettante ne ho alla schiena bassa, però la fatica mi rende felice. Se per oltre due decadi hai fatto sport, ti manca l’adrenalina, nonostante gli acciacchi”.

La tua carriera, se fosse un vino.
“Come prospettive, un vino importante, una riserva di Brunello o di Barolo. Poi è diventata un vino della casa, da tavola (ride, ndr)”.

Sei ormai italiano.
“Nel 2024 sono 22 anni che vivo in Italia, è più della metà della mia vita. Casa mia è qui, in patria torno ogni tanto a trovare i miei genitori. Forse ormai mi sento un pizzico più italiano, ma senza dimenticare le mie origini”.

Jaro, perciò: vino o birra?
“Birra, sempre. Il vino è buono, lo apprezzo, magari per accompagnare la carne. Però la birra Weiss è sacra. Quando ero bambino, durante il regime comunista, in Cecoslovacchia non esisteva la vendita dell’acqua in bottiglia, si beveva esclusivamente dal rubinetto. E da allora, da noi, la birra costa meno di un fardello di minerale”.