Pitto, che segnava fingendo di allacciarsi le scarpe

Scritto il 31/03/2024
da Stefano Ferrio


Un primo piano del mediano, rapido e opportunista, conteso da più di un club fra gli anni Venti e Trenta.



“Caratterino”
Occhio gagliardo e fronte fasciata. Ammirando questo splendido scatto, dove è ritratto in maglia azzurra, la frase “Ha giocato con l’impeto di una catapulta” calza a pennello ad Alfredo Pitto, livornese, classe 1906, mediano a lungo rievocato dai tifosi che, a Bologna e Firenze, ebbero la fortuna di vederlo in campo.
La stampa sportiva paragona Alfredo Pitto alla catapulta, famosa macchina bellica medioevale, all’indomani dell’esordio in Nazionale, avvenuto il primo gennaio 1928 a Genova, dove il suo strapotere fisico incide non poco nel 3-2 inflitto dall’Italia alla Svizzera, in una partita di Coppa Internazionale. Meglio non poteva cancellare, il giovane e versatile mediano del Bologna, le polemiche originate dalla sua convocazione in azzurro, preferito nell’occasione a un giocatore idolatrato dalle folle come Fuffo Bernardini, all’epoca centrocampista universale della Roma. Anzi, la prestazione di “Caratterino”, nome d’arte affibbiatogli a causa di una vis polemica da livornese Doc, è così roboante che, come riferito dalle cronache, a fine partita viene portato in trionfo da tifosi osannanti.



Secondo scudetto rossoblu
Una delle qualità che convince il commissario tecnico Augusto Randone a puntare su Caratterino è la velocità, testimoniata dagli undici secondi cronometrati sui cento metri. Rapidità di pensiero e di esecuzione sono peraltro le stesse doti per cui, nel 1927, il Bologna riesce ad acquistarlo versando 20mila lire al Livorno, nonostante i tifosi della squadra toscana si riuniscano in assemblea al cinema Margherita pur di impedirne la cessione.
Vedono bene i dirigenti del club rossoblu, dato che Pitto diventa, assieme ad attaccanti come Angiolino Schiavio e Giuseppe Della Valle, uno degli assi portanti del Bologna vincitore, nel 1929, del secondo scudetto della sua storia, approdando nel contempo in Nazionale, con la cui maglia posa per questa foto conservata nello straordinario archivio dell’Associazione Calciatori.



Giro d’Italia
Per quanto riguarda le divise dei club, nel 1931 fa nuovamente rumore il suo passaggio dal Bologna alla Fiorentina, assieme all’allenatore austriaco Hermann Felsner. Questi ne fa uno dei protagonisti del quarto e quinto posto conquistati nei due campionati successivi dalla squadra viola, appena uscita dall’anonimato sotto la guida di un presidente come il marchese Luigi Ridolfi. Nessun altro scudetto arriva però in riva all’Arno, così come nei tre tornei disputati, fra il 1933 e il 1936, nelle fila dell’Inter, dove va a formare una linea difensiva ai limiti dell’invalicabile assieme all’uruguayano Ricardo Facci e al talento di casa Armando Castellazzi. Il ritorno a Livorno, dove guida la squadra della sua città alla promozione nella massima serie, è l’ultimo atto importante di una carriera che si conclude nel 1938 con la maglia del Seregno.



Catapulta
Di “Caratterino”, che si spegne a Milano nel 1976, verrà ricordata una proverbiale esuberanza. Alfredo Pitto la sfoggia in campo, dove nei corner diventa famoso il suo “trucco” di fingere di allacciarsi le scarpe per poi colpire indisturbato in area piccola. Ma, all’occorrenza, la esalta anche fuori campo, dove non disdegna di venire alle mani con un’orda di tifosi imbufaliti al termine di un contestato Milan-Livorno, né di travestirsi da Miss Universo per accogliere il bomber uruguayano Pedro Petrone nel ritiro della Fiorentina.
Difficile dimenticare uno che ama “catapultarsi” così, nel calcio e nella vita.