La classe del nobile Viola

Scritto il 14/04/2024
da Stefano Ferrio


Dall’archivio dell’Associazione Calciatori riaffiora un poco noto talento del calcio italiano, negli anni ‘70 passato senza troppe fortune dalla Juventus alla Lazio



Trenta e mai trentuno
“Il gol di Fernando Viola al dodicesimo minuto è il gol della consacrazione per questo ragazzo che faceva sempre trenta e mai trentuno. Giocava bene ma non mordeva, non azzannava l’avversario e la palla, quindi, non arrivava neanche al gol. Ieri sera ha dato spettacolo, esibendosi nel primo tempo e sacrificandosi nella ripresa. Per Viola, piemontese purosangue di Torrazza, quella con l’Hamburger è una partita storica, perché può segnare l’inizio della sua carriera come grande calciatore”.
Di Fernando Viola, per gli amici Nando, professione centrocampista, nato a Torrazza Piemonte il 14 marzo 1951 e morto a Roma il 5 febbraio 2001, così scriveva su Stampa Sera una rispettata firma del giornalismo sportivo come Franco Costa, corrispondente Rai che, quando conversava amabilmente fuori campo con Gianni Agnelli o Michel Platini, sfoggiava il medesimo tratto aristocratico degli intervistati. Occasione di tali elogi, rivolti al giovane bianconero eroe per una notte, è l’andata dei quarti di finale di Coppa Uefa, giocata dalla Juventus in casa contro l’Amburgo il 5 marzo 1975. È una partita alla fine vinta per 2-0, risultato che consentirà la qualificazione alle semifinali sommandosi allo 0-0 del match di ritorno, in Germania.



Prezioso comprimario
Quel gol diventa così una sorta di privata apoteosi per Viola, giunto ragazzino alla Juve con controverso pedigree di centrocampista tutto tocchi illuminanti e fantasia al potere. A offuscare una tale classe è una latitanza di nerbo agonistico che, agli occhi di allenatori e compagni, aggrava una certa tendenza narcisistica all’autocompiacimento, al culto del gesto tecnico non necessariamente finalizzato a schemi tattici preordinati.
Chiuso perciò in prima squadra da titolari come Fabio Capello, più affidabile come regista, e Franco Causio, più funambolico come laterale d’attacco, Viola si deve adeguare a sostituire chi è fuori per infortunio o squalifica, oppure a subentrare come panchinaro a partita in corso. In tre stagioni di Juve, intervallate da un campionato di B in prestito al Mantova, questo ingrato ruolo di comprimario, quasi mai protagonista e spesso costretto fuori scena, gli basta alla fine per restare nella memoria bianconera per exploit significativi come quel gol di Coppa, o la formidabile performance sciorinata a San Siro in un 2-0 inflitto all’Inter, con tanto di doppio assist finalizzato in gol da Roberto Bettega.



Elegante e sfrontato
Più a fondo si inciderà la figura di Fernando Viola mezz’ala di genio nelle quattro stagioni trascorse alla Lazio, dal 1976 al 1982, intervallate da un anno in prestito al Bologna. Succede infatti che alla maglia biancoceleste, indossata in questa foto, si leghi a tal punto da dedicargli non solo stilettate di ingegno, ma anche sudati sacrifici, fatti di corse e recuperi. Altro non può chiedergli una squadra che, dopo lo scudetto del 1974, è declinata fino ai margini di una Serie A dove tocca invece agli eterni nemici giallorossi della Roma rivaleggiare per lo scudetto con Juve, Inter, Milan e Torino. Verranno per la Lazio altri anni di gloria, così come per la Juventus, ma sono epoche estranee al DNA di Fernando Viola, stella solitaria sorta per illuminare scorci appartati di cielo con il suo calcio elegante e sfrontato.



Un ultimo fatale sgambetto
Quasi ovvio che, quindici anni dopo il ritiro dal calcio giocato, pochi vedano quell’astro brutalmente spegnersi, una mattina d’inverno. È il giorno in cui un’auto si mette di traverso alla moto di Nando, lanciata in corsa per le strade della Roma, dove aveva messo su casa con moglie figli.
Un ultimo, fatale “sgambetto” a quella sua classe naturale, così poco tollerata da chi gliela invidiava.