Da lontano, Matteo Ortolani

Scritto il 12/04/2024
da Pino Lazzaro


(Brera Ilch FC; Mongolia Premier League)

Classe 2000, giovanili con Fondi, Ternana e Cuneo, ha giocato in Grecia con l’Acharnaikos, in Albania con la Dinamo Tirana e in Svizzera col Chiasso.

“Le motivazioni che mi hanno spinto per arrivare sino a qui sono diverse e metto comunque in primo piano la tanta fiducia che hanno mostrato e dimostrato verso di me. Conta certo pure il progetto che sta dietro al Brera, però già la decisione di darmi subito la fascia di capitano, per me è di per sé un’altra delle motivazioni che proprio contano”.

Una bella “montagna”

“La Mongolia una montagna grande da scalare? Dai, le cose brutte della vita sono ben altre, non certo il calcio e la possibilità di viaggiare. È il mio lavoro quello che sono venuto a fare qui e facendo riferimento alla distanza e se vuoi pure alla “paura” di quello a cui potevo andare incontro, allora dico che questa mia è ora una montagna bella da scalare”.

Lavoro o “lavoro”?

“Senza virgolette, senz’altro. D’accordo, la passione c’è sempre, ma certo ora come ora lo vedo proprio come il mio lavoro il calcio, non ho più 15 anni, possono esserci delle prospettive, ho il mio futuro davanti e devo tener conto che ci sono sì le entrate ma ci sono pure le uscite: mi sento dunque e sono un professionista”.



Ulan Bator, la capitale

“A leggere su internet uno potrebbe anche spaventarsi a venir a vivere qui a Ulan Bator, di pregiudizi ne ho letti parecchi e l’unica cosa che è veramente dura è la temperatura, qui a febbraio si arrivava a -30°, anche -40° ed è comunque al coperto il centro sportivo che frequentiamo. Ora va meglio, adesso per dirti ci sono 7° (sette di sera per loro, l’una di pomeriggio da noi; ndr). Leggi e ti dicono che è una città brutta e povera, insomma non bella da visitare. Per me sono invece delle cavolate, la gente è ospitale, non manca nulla e certo uno deve sapersi comunque adattare: io mi trovo bene. Lo stadio è bello, giusto in centro città e pure io vivo in centro, in un appartamento, me l’hanno dato loro: al solito, vitto, alloggio e stipendio”.

In risalita

“Il campionato, la loro serie A, è a dieci squadre, lo stesso di quando ho giocato in Albania, la prima classificata va a fare la Champions League asiatica e l’ultima retrocede. Ora come ora siamo in zona salvezza, ultimamente abbiamo vinto degli scontri diretti e insomma possiamo sì salvarci e sono altri i programmi per il prossimo anno. C’è poi la Coppa, ci siamo ancora dentro, ai quarti di finale, vediamo”.

Settimana tipo

“Oltre a me, di italiano c’è qui l’allenatore (Andrea Mazza) e la settimana tipo è così parecchio simile a quel che siamo abituati in Italia. Le partite le giochiamo al sabato o alla domenica, ci si allena al mattino e una volta la settimana – al martedì o al mercoledì – si fa doppio e ci sono poi le sessioni al pomeriggio in palestra. Il giorno libero in genere è quello dopo la partita, specie se è… andata bene”.

Un altro calcio

“Un calcio molto diverso da quello europeo. Quel che mi ha soprattutto colpito è la velocità, proprio la rapidità e per forza anche tu devi essere veloce, specie di testa. Tanta esplosività insomma e dall’altra veramente poca tattica e ho visto che è bastato che il mister preparasse giusto qualche schema che subito gli avversari erano in difficoltà. Altra cosa: la grande applicazione che ho visto e sto vedendo nei miei compagni. Qui le cose si stanno muovendo, la stessa Federazione sta investendo, la prossima stagione apriranno al Var ed è soprattutto all’Europa che guardano. Nelle squadre ce ne possono essere quattro di stranieri, più un asiatico. Con me ci sono ora due argentini e un giapponese: tra noi parliamo in inglese ed è sempre comunque presente un interprete”.



Nello spogliatoio

“Come capitano sono uno, come dire, da bastone e carota. In campo lo devi dare per forza il 100% e di mio sono molto meticoloso, chissà, forse anche troppo a volte. Ai giovani ci sto attento ed è vero che non sono certo un vecchio, però a suo tempo ne ho avuti di capitani che mi hanno aiutato e supportato e così anch’io cerco di fare in modo che non si sentano in difficoltà”.

Identikit

“Sono uno che non molla mai. Certo, bene nei momenti belli ma in quelli brutti sono il primo a metterci la faccia. Cerco sempre di curarmi nei minimi dettagli, ancor più ora che mi trovo qui, dall’altra parte del mondo. No, non “gioco” col mio lavoro, sono un professionista dentro e fuori il campo: occhio al cibo, non fumo e non bevo e tengo sempre da conto il riposo”.

Bagaglio che si amplia

“Sì, con le esperienze che sto mettendo assieme mi sento più “vecchio” e lo vedo bene specie quando torno in Italia, quello sguardo sbalordito dei miei coetanei. Culture diverse che mi hanno permesso di riconsiderare tanti valori che noi quasi non percepiamo più, la fortuna che abbiamo non solo per quel che riguarda il soldo ma per lo stesso nostro modo di vivere. Viaggiare aiuta la mente e lo sto facendo grazie a quello che per me è il lavoro più bello al mondo: calcio e viaggiare assieme… eppure non so quanti avrebbero fatto le mie scelte e dico questo in tutta umiltà”.

E l’Italia?

“Spero che in futuro possa esserci, ma non dovrà essere un qualcosa per forza. Quando ho cominciato ad andare, ero consapevole di quel che facevo, idem per i progetti legati al mio futuro. L’Italia c’è, non può essere che così, la mia famiglia, la mia compagna… ma, ripeto, non dovrà essere un qualcosa fatto per forza, se mi sentirò più felice da un’altra parte, allora dirò no, anche all’Italia”.