Pallone e dintorni... Marco Fortin

Scritto il 22/04/2024
da Pino Lazzaro

Classe 1974, portiere in A con Siena e Cagliari, numero di maglia il 14, se possibile…

 



Sì, lui che sulla sua maglia di portiere quando ha potuto ha scelto il 14 perché in inglese quel loro fourteen suona appunto fortin, ora si dà da fare nell’ambito del marketing digitale e qui ha modo di riandare ai suoi anni da calciatore, andandoli a rivedere “con gli occhi di adesso”, questo un po’ il taglio di questo nostro incontro. Dopo i settori giovanili col Giorgione (a Castelfranco Veneto) e l’Inter, Marco Fortin ha via via giocato con Pro Sesto (C1), Torres (C2), Giorgione (C2), Treviso (B), Siena (B-A), Cagliari (A), Vicenza (B), Aek Larnaca (“A” cipriota) e chiudendo tra i dilettanti con il Thermal Abano e infine lì a casa, dove tutto era iniziato, col Calvi Noale, dicendo stop a 44 anni. Tre figli (due e una) e il più grande, Mattia, ventenne, è al suo primo anno tra i professionisti, col Legnago in C, naturalmente… in porta.



Ecco Marco
“Per capire/intuire che poteva essere quella del calcio la mia strada, ne ricordo in particolare due di momenti importanti. Nel primo avevo 14 anni, il passaggio al Giorgione, al tempo tra le società più importanti delle mie parti, assieme a Montebelluna e Liventina. Via così dal mio paese, Noale, un po’ pure “spaventato”, in più finivo le medie, davanti le superiori, un tempo quello che non era come adesso, se per dire perdevi il treno dovevi cercarti una cabina per telefonare, i gettoni, sarebbe più semplice adesso”.

Carattere
“Il secondo è stato due anni dopo, già le prime convocazioni nella Nazionale U18 dei dilettanti, pareva andassi alla Fiorentina, tutto fatto, m’ero anche andato a vedere la scuola, poi non se n’è fatto niente, il Giorgione a chiedere di più e troppo. Ecco, lì non mi sono fatto vincere dalla negatività, anzi, la rabbia e la delusione mi hanno spinto a dimostrare ancora di più ed è arrivata così l’Inter, avevo quasi 18 anni, lì ho capito che il calcio poteva essere una professione”.



Tempo pieno
“Se mi chiedi quale il sacrificio più grande non posso che andare al mio tempo dell’adolescenza, non ho praticamente ricordi di qualche svago e ricordo invece come fosse cadenzata e piena la mia giornata, tra scuola e calcio, dalla bici con cui partivo da casa, alla cartella al ritorno da scuola che davo giusto a mia madre prima di prendere il pulmino della squadra e così via, al sabato le partite con gli juniores e la domenica in panca con la prima squadra”.

W la passione
“Di mio ho messo soprattutto la passione. So che da fuori è facile vedere tutto bello, però noi sappiamo che ci vogliono rinunce, sacrifici, un costante impegno fisico e mentale. Però è stata sempre la passione a spingermi, dai 10 sino ai 40 anni e passa ed è stata lei a farmi fare le cose sempre per bene, con estrema serietà, dentro e fuori il campo. Ero un buon atleta, questo sì, senza però aver quel talento che vedo subito in altri portieri. Il “mio” campionato era insomma la B, però un po’ di anni sono riuscito a farli pure in A. Torno alla passione per dire che è stata sempre lei a farmi fare pure gli ultimi anni tra i dilettanti, non contavano più né gli aspetti economici, né possibili prospettive future e infine, come avevo promesso, a 40 anni sono tornato a giocare nel mio paese, a Noale, dove avevo iniziato”.



Uno su…
“Tornando ai sacrifici, quelli proprio con la S maiuscola, non mi pare in fondo di averne fatti, specie se li paragono a quelli che possono aver fatto i miei coetanei. Ho dovuto sì rinunciare da ragazzo alle amicizie, al tempo libero eccetera, ma so d’essere stato ampiamente ripagato, consapevole pure che faccio parte dello 0,5% che ha raccolto i frutti, mentre l’altro 99,5% non ce l’ha fatta. Un altro sacrificio è stato poi a 36 anni, pareva dovessi restare a Vicenza, poi gli impegni non sono stati rispettati, così capita, lo so, niente rancori e così mi sono ritrovato a Cipro, figli e moglie a casa con i loro impegni, lì da solo. Comunque grande esperienza, ma mi è pesata”.

Stop indolore
“Ho smesso al momento giusto, sono andato avanti sino a 44 anni, poi il corpo e la testa mi hanno detto basta ed è stato così un qualcosa di naturale, non ho insomma patito quel distacco che so per tanti è parecchio complicato”.



Lì, dentro lo spogliatoio
“Negli spogliatoi che ho vissuto, penso d’essere sempre stato uno parecchio apprezzato, davo insomma il buon esempio, ligio nel lavoro e non solo in campo, sai com’è, quasi sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare. Mettendo poi sempre la squadra davanti a tutto, magari a volte pure penalizzandomi un po’. Nell’attività che ora porto avanti, quel che è fondamentale sono le relazioni con le persone e mi rendo conto che quelle esperienze dello spogliatoio ancora mi servono, l’essere paziente, saper quando abbassare i toni o magari alzarli. È stata quella per me la mia palestra di vita più bella ed è proprio lo spogliatoio quel che più mi manca, non tanto le partite, gli stadi pieni eccetera, no, giusto lo spogliatoio”.



Padre e figlio
“Con Mattia, mio figlio che gioca ora a Legnago, ho un rapporto bello. Lui è sempre stato un bambino-adulto e parlando di calcio con lui di passi indietro ne ho sempre fatti due, non solo uno. La fortuna per lui è che è andato al Padova, una buona società, aveva 8 anni e quei miei due passi indietro stanno a significare che in tutti gli anni della sua crescita sarò andato a vederne giusto 3-4 partite a stagione, non di più, anche perché vedevo che quando c’ero lui lì in porta non era lo stesso di sempre. Tra noi abbiamo sempre parlato dell’atteggiamento, su quale fosse l’attitudine, mai consigli tecnici: era quello che gli dicevano i suoi preparatori quel che doveva fare. Tutto questo ora è cambiato, lui gioca con i grandi, tra i professionisti, è formato e consapevole, non conta più la mia presenza e così quest’anno le ho viste tutte: ha fatto certo un campionato sopra le righe ma è meglio andarci piano, ce ne sono ancora di partite e per i portieri gli esami non finiscono mai, si “vedono” e si ricordano di più gli errori”.