Italo Allodi, il primo manager

Scritto il 08/05/2024
da Stefano Ferrio


Sognava una vita da mediano, scoprì la gloria non in campo, ma dietro una scrivania

 


Carismatico “spartiacque”
Elegante, risoluto, narciso, finanche altezzoso. Uno nato per andare veloce, e così “diritto alla meta” da non lasciare mai nulla di intentato. Così parla quest’immagine, che molto dice del carisma unanimemente riconosciuto a Italo Allodi, nato ad Asiago, provincia di Vicenza, il 13 aprile 1928 e morto a Firenze il 3 giugno 1999.
Prima di lui dominavano la scena presidenti padri-padroni, affiancati per funzioni ordinarie e pubbliche relazioni da solerti e anonimi “dirigenti”, la cui massima notorietà poteva discendere dall’accompagnare le squadre in trasferta. Dopo di lui, invece, si sono solo moltiplicati i general manager e i direttori sportivi con cui si perviene ai Marotta, ai Sabatini e ai Giuntoli dell’attualità. Personaggi la cui onnipotenza prevede che una loro dichiarazione, rilasciata magari a due mesi dalla precedente, vanti un valore mediatico superiore alle periodiche conferenze stampa degli allenatori posti alle loro dipendenze.



Cervello da vendere
Tutto perché nel 1956, Edmondo Fabbri, giovane e ambizioso allenatore del Mantova, all’epoca in quarta serie, ha bisogno di un “vice” in grado di affiancarlo. La scelta di “Mondino”, come viene soprannominato nell’ambiente, cade allora su un compagno di squadra conosciuto quando giocava nei campionati minor emiliani. Perché non sarà stato un centrocampista da annali del calcio, l’amico Italo, ma è sicuro che ha cervello da vendere e fame di notorietà.
Vede così bene, Fabbri, che nel giro di poco tempo Italo Allodi passa dalla panchina alla scrivania della società, andando a formare assieme al tecnico la coppia in grado di far volare quel Mantova dalla quarta serie alla Serie A nel giro di cinque anni e tre promozioni di fila. Contemporaneamente alla sua, inizia a brillare la stella di Giuseppe Viani, per gli amici Gipo, trevigiano di Nervesa della Battaglia, più vecchio di vent’anni, ma così valente, in campo e fuori, da portare il Milan, che prima allena e poi “dirige”, alla conquista di tre scudetti e, soprattutto, nel 1963, di una Coppa dei Campioni, che è la prima nella storia del calcio italiano.



Dalla Grande Inter…
Per questo il destino di Italo Allodi può solo intrecciarsi con quello dell’altro club milanese, l’Inter, che nel 1959 lo mette sotto contratto, dando così forma, assieme al presidente Angelo Moratti e all’allenatore Helenio Herrera, alla magica triade capace di portare nelle bacheche nerazzurre degli anni ‘60 tre scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Vittorie che sono frutto diretto dei suoi acquisti al calciomercato, dove un fiuto e un tempismo impareggiabili gli consentono di strappare alla concorrenza pezzi da novanta come il regista spagnolo Luisito Suarez, l’attaccante brasiliano Jair da Costa e un “universale” made in Italy del calibro di Angelo Domenghini. Il capitale umano da cui nasce quell’irripetibile squadra passata alla storia come Grande Inter.



… a Maradona
Il talento manageriale di Allodi, dirigente astuto e spregiudicato come pochi, si rivela tale che solamente il timore di una sollevazione popolare in Brasile impedisce l’arrivo a Milano di Pelè, per il cui smisurato talento Moratti si dice pronto a pagare sull’unghia 600 milioni di lire, cifra squisitamente astronomica per l’epoca. Ma anche per altri fuoriclasse, come il portoghese Eusebio e il tedesco Beckenbauer, nascono trattative che si arenano solo a causa della chiusura delle frontiere, decisa dalla Figc nel 1965.



Quando viene il momento di sciogliere la triade formata con Moratti e H.H. i trionfi sono tali da garantire ad Allodi un dorato futuro, costellato di altri successi: prima alla Juventus, che riporta ai vertici del calcio nazionale dopo un decennio di oblio, poi in Nazionale, dove ha il merito di fare di Coverciano un’università del football, e infine, dopo un triennio trascorso alla Fiorentina, al Napoli, il cui primo, storico scudetto, nel 1987, porta la sua firma accanto a quelle del Pibe de Oro Diego Armando Maradona, del presidente Corrado Ferlaino, e dell’allenatore Ottavio Bianchi. Gioia, quest’ultima, malinconicamente assaporata, a causa dell’ictus che lo colpisce durante quell’ultima stagione della sua carriera.
Quella stessa carriera che nel 2017, diciotto anni dopo la morte, fa inscrivere il nome di Italo Allodi nella Hall of Fame del calcio italiano.