Le parole che non ti ho detto… Massimo Agostini

Scritto il 07/05/2024
da Giuseppe Rimondi


Calcio, ancora calcio, nient’altro che calcio. La vita di Massimo Agostini, 60 anni compiuti, per molti il “Condor”, si può sintetizzare così. allacciatevi le cinture che ripercorriamo insieme a lui l’avvincente e lunghissima carriera di questo grande attaccante romagnolo.



Massimo, come hai iniziato?
“Partito da Rimini a 15 anni, sono arrivato al Cesena, Sacchi mi avrebbe voluto aggregare subito alla “Primavera” ma per aiutare i miei genitori che avevano un chiosco sulla spiaggia ho dovuto saltare la preparazione e cominciare un mese dopo dalla “Berretti”. Poco male, perché poco dopo mi ritrovai comunque con Arrigo. L’anno dopo vincemmo lo scudetto con il record di gol fatti, senza mai perdere, ci allenavamo già come una squadra di professionisti. Il terzo anno, con allenatore Tiberi, solo la Fiorentina in finale non ci permise di ripeterci. L’anno successivo, con il militare alle porte, non mi sentii di andare in prestito all’Andria, come nei piani societari, e chiesi al presidente Lugaresi di aggregarmi alla prima squadra, appena retrocessa in B, lui ne parlò anche con Dino Manuzzi e alla fine accettarono”.



Ci fu quindi l’esordio nei professionisti?
“Sì, a Cava dei Tirreni entrai mentre perdevamo 2-0 e segnai subito. Fummo sconfitti 3-1 ma fu un buon impatto, condito dalla prima rete. Alla fine della stagione collezionai undici presenze, non male considerando la leva militare. L’anno successivo passammo da Marchioro a Buffoni come guida tecnica e la società cominciò un programma di ringiovanimento della rosa. Feci 30 presenze circa con 5 gol”.

Arriva la Roma
“Dovevo andare al Bologna ma ci fu una incomprensione al momento della firma, a quel punto si fece avanti la Roma. Una Roma piena di campioni, da Bruno Conti a Pruzzo e Boniek. Per un ragazzo di 22 anni non era facile, ma col giovane Sven Goran Eriksson in panchina, la prospettiva di ritagliarsi uno spazio si intravedeva. Infatti partii alla grande con molte presenze e quattro gol, purtroppo un infortunio alla caviglia condizionò il prosieguo della stagione”.



Poi ritornò Liedholm.
“Con lui non avevo un grande feeling, mi spostò esterno e in quel ruolo non rendevo. A fine stagione, complice l’arrivo di Rizzitelli, feci ritorno al Cesena”.

Una ripartenza da zero?
“Tornai sicuramente più maturo, l’esperienza di Roma fu importante. In Romagna furono due annate impegnative con due salvezze bellissime, alle quali contribuii con 23 reti. Questi due anni mi permisero di rilanciarmi e tornare in un club importante, infatti Arrigo Sacchi mi fece arrivare al Milan. Dopo aver dato la parola ai rossoneri si presentò anche l’Inter, la mia squadra del cuore da bambino, dove avrebbero voluto formare la coppia Klinsmann-Agostini ma mantenni l’impegno verbale preso con Galliani”.



Il Milan dove avevi tantissimi campioni con cui confrontarti…
“Una concorrenza incredibile, Van Basten e Gullit su tutti. Feci comunque il debutto in Coppa Campioni e contribuii a vincere quella Intercontinentale. Ma l’estate successiva con sette attaccanti in rosa e ancora due anni di contratto preferii andare in una squadra che mi desse più spazio. Si fece avanti il Parma che avrebbe disputato la Coppa delle Coppe e decisi di provare. Tante presenze e quattro gol. Vincemmo anche la Coppa Italia in finale contro la Juventus”.



Ma una discussione con Nevio Scala, allenatore del Parma, ti convinse a cambiare nuovamente aria.
“Sì, ebbi un diverbio con lui, niente di grave ma, con il mio carattere, se non sento più tanta fiducia attorno non riesco a esprimermi al meglio. A quel punto, il mercato estivo stava chiudendo, parto per Milano per firmare con l’Atalanta, che mi aveva richiesto, ma il Parma all’ultimo chiede un miliardo di lire in più e, mentre sto per tornare indietro, il mio procuratore Beppe Bonetto mi prospetta come ultima soluzione possibile l’Ancona, neopromossa in A. Purtroppo di lì a pochi mesi in Italia scoppiò “Mani pulite” e il primo presidente a essere arrestato fu Longarini dell’Ancona. Con il presidente in quelle condizioni, i conti bloccati e nessuna operazione possibile nel mercato di riparazione, retrocedemmo in B, dove, però, l’anno seguente vinsi la classifica marcatori con 18 reti e disputai la finale di Coppa Italia, contro la Sampdoria. Anche se perso, fu un traguardo storico per la società Dorica”.



A quel punto arriva il Napoli
“Sì, in realtà rientrai a Parma che stava aspettando il sì di Branca per poi vendermi al Napoli.  Appena quella operazione andò in porto io mi accordai con i partenopei. Il primo anno andò abbastanza bene, con una squadra ridimensionata dai problemi di Ferlaino arrivammo a due minuti dalla conquista del piazzamento Uefa. All’ultima giornata, infatti, noi battemmo con un mio rigore il Parma e, mentre i nostri tifosi festeggiavano, a Milano l’Inter si affermò sul Padova con un gol di Delvecchio all’ultimo respiro e ci superò. Con Boskov in panchina andò bene anche l’anno successivo quando ci salvammo tranquillamente”.



A quel punto arriva la terza chiamata del Cesena.
“Mi chiama Lugaresi e mi dice: “E’ ora di tornare a casa”. Io accetto di buon grado, volevano riportare in A il Cesena. Penso di finire la carriera a casa ma le cose non vanno sempre come le immagini, da una speranza di ritorno in A al dramma della retrocessione in C. Alla fine di quell’annata potevo andare al Bolton in Inghilterra ma, a differenza di altri che scapparono, ci misi la faccia e rimasi. Disputammo un’ottima Serie C riuscimmo a centrare la promozione spuntandola sul Livorno e la Cremonese, l’allenatore Benedetti fece un lavoro spettacolare. La squadra non fu toccata ma per la B non era attrezzata, a pagare fu il mister. Arrivò Cavasin e si corse ai ripari col mercato invernale. La squadra si salvò bene ma io fui messo ai margini e giocai pochissimo. Andai qualche mese a Ravenna poi tornai ma la situazione era sempre quella. Mi chiamò Mandorlini allo Spezia in serie C2, vincemmo il campionato e l’anno dopo sfiorammo la doppia promozione.
Il mister mi chiese di affiancarlo e di intraprendere la carriera di allenatore, non me la sono sentita ed è forse il mio unico rammarico perché a 37 anni dovevo saltare la staccionata. Invece giocai ancora qualche anno togliendomi comunque delle soddisfazioni, come a Tivoli dove per mesi mi fecero la corte, alla fine andai convinto dall’allenatore Bruno Giordano e infatti dalla D venimmo promossi in C”.



Finisci poi nel campionato Sammarinese a vincere due scudetti col Murata.
“Prima mi sono dedicato ad allenare, sia a San Marino, sia la Nazionale di Beach Soccer, da allenatore-giocatore, togliendomi soddisfazioni come quella di vincere gli Europei a Marsiglia contro il Portogallo in finale. E a 42 anni sono anche riuscito a giocare i preliminari di Champion League con il Murata!”.

Fino alla chiamata della nuova proprietà americana del Cesena.
“Già qualche anno prima avevo conosciuto uno dei due soci perché allenavo il figlio ai camp estivi del Milan, qui in Romagna. Mi chiese un parere su una loro possibile entrata nel calcio Italiano attraverso il Cesena, io risposi che qui in zona non c’era piazza migliore dove investire. Infine, su loro richiesta, sono entrato nello staff tecnico ed eccomi qui. Sono gente seria, questi americani”.



Una curiosità: fuori dal calcio hai mai intrapreso qualche attività?
“No niente, sono nato per fare calcio e morirò facendo calcio!”.