“Il nome Pianu nel museo della Juventus”

Scritto il 27/05/2024
da Claudio Sottile


William Pianu, nato nel dicembre 1975, ex difensore che dopo aver sfiorato il debutto con la Juventus, ha militato tra Serie B e C, cogliendo le sperienze più significative con le maglie di Pro Vercelli, Treviso, Triestina e Bari.

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Il presente.
“Faccio il magazziniere, in un’azienda che si occupa di aereazione. Lavoro in provincia di Venezia e abito a Mestre. Da operaio del pallone, a operaio vero e proprio”.



Il percorso.
“Ho smesso col calcio giocato nel 2010. La mia strada non è stata lineare. Ho desiderato da subito fare l’allenatore, ho il patentino UEFA A, ma non c’è stata una vera opportunità. Il mondo calcistico va veloce, e spesso sono meglio la comunicazione e la convenienza a scapito della competenza. Alcuni ex calciatori scelgono la panchina per mancanza di alternative, io invece sentivo di voler perseguire quell’intento. Nella primavera 2013 a Treviso sono stato secondo allenatore in prima squadra in Lega Pro, perché il mister Giovanni Bosi volle un assistente, e sempre in biancoceleste ho fatto l’istruttore dei bambini di 12 anni, categoria Giovanissimi. Sfortunatamente, fallì la società e quindi si interruppe la mia crescita da tecnico. Tolte 17 partite in Serie D nel 2017, alla guida della Calvi Noale, non sono più riuscito a trovare una panchina, e da allora ho iniziato a guardami attorno. Ho lavorato come responsabile della parte uomo di un negozio di abbigliamento a Mestre, poi sono stato oste a Mogliano Veneto in provincia di Treviso e ancora a Mestre, un’esperienza molto formativa. Mentre facevo il barista, in contemporanea davo una mano come osservatore per il settore giovanile dell’Inter, purtroppo non segnalai alcun ragazzo. Avevo in capo l’area del Friuli-Venezia Giulia e del Veneto, ma non trovai prospetti funzionali. Comunque, in nerazzurro cambiarono delle dinamiche dirigenziali e finì anche quella collaborazione. Col COVID sono rimasto disoccupato, per fortuna dal 2021 lavoro con continuità. A novembre saranno tre anni che ho questa occupazione, sono assunto a tempo indeterminato tramite una cooperativa”.



La fotografia ti mostra sul muletto.
“È una necessità, non sono soddisfatto. Devi essere realista, la famiglia va avanti, quando le porte sono chiuse non puoi sbattere la testa. Non ho alle spalle una carriera da big, e non posso stare a casa senza lavorare”.

Stati d’animo.
“Paura no, però ricominci da zero. Solo che quando appendi le scarpe al chiodo hai 35 anni, e molte porte sono chiuse a quell’età nel mondo del lavoro, perché i tuoi requisiti sono praticamente nulli. Se fai l’imprenditore e investi soldi tuoi è diverso, se devi essere dipendente è difficile. Quando giocavo non ero uno di relazioni, ma di competenze e lealtà, valori che nel nostro ambiente scarseggiano”.



Un settore giovanile prestigioso.
“Indossare i colori della Juventus mi ha aperto un mondo. Arrivavi da una società dilettantistica di Torino, eri davanti a Gianluca Vialli, Roberto Baggio e Giovanni Trapattoni, per un ragazzo che sognava di giocare a calcio e li vedeva sulle figurine... Due i momenti più emozionanti, nell’agosto 1993 e 1994, le partite della Juventus a Villar Perosa tra prima squadra e Primavera, con l’avvocato Gianni Agnelli che atterrava con l’elicottero. Ho disputato qualche allenamento con i grandi, poi c’è stata una possibilità di esordire in finale di Coppa UEFA in casa del Parma, ne mancavano tanti e fui convocato, ma finii in tribuna. Se si guarda bene al museo della Juve, negli appunti scritti da mister Marcello Lippi, nella formazione da opporre ai gialloblù in quel maggio 1995 c’è il mio nome. Un dettaglio che in pochi conoscono”.

Un piemontese per tre volte in Puglia.
“Un caso. A Casarano andai perché ero ancora nel giro della Vecchia Signora, e per la dirigenza era giusto accettassi quell’esperienza. A Bari mancava il difensore e il ds Fausto Pari mi chiamò a dare una mano. Infine, il dirigente Vittorio Fioretti, col quale avevo un bel rapporto, approdò a Gallipoli e mi volle in Salento”.



Ancora sport.
“Ho giocato un po’ a calcetto con gli amici ed ero a mio agio. Ora l’impegno del lavoro e della famiglia mi permettono al massimo qualche partita a padel, ma colpisco la pallina con la racchetta come se fossi in spiaggia (sorride, ndr)”.

Calcio maestro di vita.
“Mi ha insegnato a vivere, ad adottare un regime alimentare, ad affinare l’interazione con le persone. Mi ha permesso di crescere, di frequentare un certo tipo di ambienti, di capire chi ti vuole bene e chi, al contrario, ti sfrutta. Il calcio è un percorso di vita. Sono andato via di casa da piccolo, ho guadagnato dei soldi e ho compiuto delle scelte, sono orgoglioso degli errori che ho commesso”.



Il domani.
“In un attimo può cambiare il mondo. Magari un direttore sportivo si fida di te dandoti fiducia, vinci un campionato di Serie D e ti ritrovi per un incastro in cadetteria. Ad arrivare ci vuole poco o nulla, confermarsi sostenuto dai contenuti è difficile. Oggi la realtà è che devo lavorare tutti i giorni per portare la paga a casa, perché il mutuo c’è, e a 48 anni il pensiero è alla famiglia. Grazie all’AIC ho simulato il calcolo della pensione, che sia lodato il cielo arriverà a 54 anni. Quando vivi con lo stipendio rispettare le scadenze dei pagamenti è un risultato importante e devi essere soddisfatto di riuscirci. Perché la vita va avanti”.