Da lontano, Federico Piovaccari

Scritto il 29/05/2024
da Pino Lazzaro


Classe 1984, giovanili nella Pro Patria, dopo la Castellettese (D) e la Primavera dell’Inter, Federico Piovaccari ha via via giocato con Vittoria (C1), San Marino (C1), Triestina (B), Treviso (B), Ravenna (1D), Cittadella (B; capocannoniere con 23 gol), Sampdoria (B), Brescia (B), Novara (B), Grosseto (B), Steaua Bucarest (“A” rumena; vincendo scudetto e Supercoppa), Eibar (Liga), Western Sydney (ALeague), Córdoba (Segunda Division), Zhejiang Yiteng (China League One), Ternana (B) ancora Córdoba, Rayo Vallecano (Segunda Division), Paganese (C), Messina (C), Giugliano (C), Cavese (D) e infine San Cristóbal, squadra di Tercera Federación che ha sede a Terrassa, provincia di Barcellona. Per tre settimane (nel 2016) ha anche vestito la maglia dell'AIC al ritiro per calciatori senza contratto a Coverciano.



Per una volta già la cosiddetta scheda, lì con tutte le squadre che si susseguono, una dopo l’altra, qualcosa la dice chiaramente. Sì, un lungo vagabondare e così chissà quanti ricordi di luoghi, squadre, maglie, spogliatoi, esperienze e conoscenze. Pure in giro per il mondo, sperimentando anche Australia e Cina.
Federico Piovaccari a settembre avrà 40 anni, ci siamo sentiti giusto quando il pensiero di dire stop si sta facendo più presente, più vicino, la sua parte tentatore. Deciderà e si vedrà. Lì dalla Spagna, la sua seconda e ora prima casa, in Catalogna, dopo le esperienze nei Paesi Baschi (con l’Eibar), nell’Andalusia (col Córdoba) e nella Nuova Castiglia (col Rayo Vallecano). Viaggiando e giocando. Giocando e viaggiando.



“All’inizio di questa stagione ero alla Cavese, obiettivo vincere il campionato e quando m’è stata fatta la proposta non ci ho pensato un attimo, in una piazza così poi. A gennaio le cose però sono cambiate, non so nemmeno bene perché e per cosa e allora ho preferito tornarmene a casa, lì in Spagna, con la mia famiglia, non importa se il San Cristóbal lo puoi grosso modo paragonare a una nostra Eccellenza”.

Moglie e figli
“Mia moglie è spagnola, di Sabadell, pochi chilometri da Barcellona, abbiamo due figli che adesso hanno 16 e 14 anni. Ricordo, qualche anno fa, quand’ero con la Paganese, le loro difficoltà. Sì, sono italiani, lo parlano benissimo l’italiano, però a scuola in Italia non c’erano mai stati e affrontare… la grammatica è diverso, è un’altra cosa”.



Rammarico
“A Cava ci sono comunque stato da poco e non mi aspettavo l’accoglienza che ho avuto, m’ha fatto proprio piacere. Ero legato al gruppo, non ci sono rimasto poi tanto, in tutto quattro mesi, senza poi giocare tantissimo e poi mi sono ritrovato a dover andare via… dai, più di vent’anni che sono nel calcio, so come funziona”.

Chi sa, sa
“No, non me la sento di paragonare il livello, per dire una D di qui e una in Italia, ci ho giocato proprio poco, un po’ di più quando ero giusto agli inizi, prima di passare alla Primavera dell’Inter. Però quel che so è che i giovani qui li fanno giocare: noi per esempio siamo in 21 e la maggior parte sono giovani, senza avere quelle regole, per me senza senso, del minutaggio e dell’obbligo di schierare degli under, così poi che molto spesso uno a 24 anni non trova più squadra. Tutti lì a mettere così un portiere, due difensori e magari un centrocampista… ripeto, non ha senso”.



Con loro
“Ci alleniamo tre volte la settimana, iniziamo alle otto di sera e la vedo bene in loro quanta passione hanno, per me sono quasi degli “eroi”, s’alzano presto la mattina, otto ore di lavoro e poi lì in campo, con voglia. Nello spogliatoio continuo a essere quello che sono sempre stato, uno che ama scherzare e divertirsi e che sa però quali sono i momenti per farlo: quando c’è da lavorare, si lavora”.

Altri mondi /1
“Penso appunto a piazze come la Cavese, pure alla “scottatura” dell’anno scorso (ko nello spareggio promozione col Brindisi; ndr), quando non vanno bene le cose per forza devi/dovresti tenerne conto, s’impara a stare un po’ attenti a quel che fai, anche a uscire meno e sono i giovani come sempre a far più fatica a capire. Non posso non riandare lì in Australia, avevamo perso un derby, 4 a 0… alla fine, come s’usa lì da loro, ecco comunque quel nostro giro di campo a salutare i tifosi, i loro applausi: possibile pensare una cosa così qui da noi?”.



Peccato la A…
“Per quello che ho avuto/ricevuto/imparato, avrei dovuto andar via prima dall’Italia e non ti nascondo comunque il rammarico che mi è rimasto per non aver mai giocato in Serie A. Certo che il calcio ora è cambiato, prima dovevi dimostrare, ora a volte bastano un paio di partite. Lo so, meglio non pensare al passato, meglio lasciar stare, certo che all’estero ne ho vista di più di meritocrazia, questo sì”.

Altri mondi /2
“M’è sempre piaciuto viaggiare e in più l’ho potuto fare grazie alla passione, col calcio. Un bagaglio di esperienze che mi fa pure sentire un po’ orgoglioso: un conto è vedere, che so, Shanghai o Pechino in televisione; un altro renderti conto che io lì c’ero di persona. Girare il mondo mi ha dato insomma la sensazione proprio di viverci in questo mondo, con in più la consapevolezza di confrontarsi con culture e abitudini diverse. Penso alla Cina, a come non siano proprio “espansivi” o al fatto che in Australia per cenare alle 20 fai fatica a trovare perché hanno già chiuso e qui in Spagna magari trovi chiuso perché devono ancora aprire…”.



Dopo
“Ci sto giusto pensando, anche per via dell’ultima partita, ho fatto il gol-salvezza all’ultimo secondo: un chiudere in bellezza? Penso alle parole di quella canzone, “the show must go on” … forse potrei finirla qui, chissà, sabato potrebbe essere l’ultima… ma se poi mi viene la voglia, ci torno a giocare. No, comunque allenatore no. Sto studiando da procuratore e di sicuro vorrei pure “guidare” quelli che potranno essere i “miei” giocatori, specie i giovani, facendo loro capire che giocando all’estero possono avere dei benefici, senza essere troppo “chiusi”, come capita in Italia”.