Pallone e dintorni... Cristian Soave

Scritto il 04/06/2024
da Pino Lazzaro


In tanti l’hanno definita una storia proprio speciale ed è proprio così, una di quelle che di tanto in tanto il pallone sa donarti, sai com’è, quando arrivi a traguardi insperati, impossibili eccetera. Capita così che il Caldiero Terme, paese di ottomila abitanti in provincia di Verona, la scrive proprio una di queste storie, vincendo il proprio girone della D, “dovendosi” così preparare per il prossimo campionato di Serie C. Visto che nessuno regala niente, intanto complimenti e spazio qui al “mister”, Cristian Soave, a suo tempo attaccante, uno che sapeva “vedere” e proprio attaccare la porta, oltre 200 gol: sì, in grandissima parte tra i dilettanti, D e a scendere, giusto pochi nelle sue sole esperienze tra i prof con Mantova e Mestre, al tempo in C2, ma pur sempre oltre 200...



Eccoci con Soave
“Sì, a suo tempo ero proprio un numero 9, centravanti di riferimento, da area di rigore. Generoso e pure intelligente in campo, dai, una decina di campionati in doppia cifra, in una D poi che non era certo la D di adesso”.

Con gli occhi di adesso
“Cosa mi è mancato per fare di più? Intanto devo dire che rispetto al mio tempo, ora basta molto meno per salire, però ha pure pesato il mio carattere, penso la non tanta allora personalità, con in più la lacuna di non sapere/volere accettare sfide lontane da casa, a vent’anni col Catania, poi il Perugia… era insomma a casa mia che la sera mi piaceva tornare”.



Perché allenare?
“Dalle mie parti ho giocato poco, solo alla fine, in Eccellenza. L’ultimo mio anno da calciatore il corso allenatori l’hanno fatto giusto a Verona e sono così andato a farlo, non proprio con l’idea di allenare, ma così, giusto per averlo. Poi la chiamata del segretario del Castel D’Azzano, il mio paese, lì a chiedermi di dare una mano. Ho voluto provare, cominciando con gli esordienti e poi via via i giovanissimi, gli allievi, gli juniores… scoprendo che mi piaceva un sacco prima di tutto la gestione lì dei gruppi, dei ragazzi, loro contenti, sempre tutti presenti: è stato così che ho realizzato che poteva essere la mia strada”.

Il più /1
“Inizio non dal campo, ma da tutti quegli aspetti legati all’attenzione e all’applicazione che metto nel gestire tutte le risorse umane. Quando si vince sono felice un’ora, ma poi non posso non pensare a chi non ha giocato, panchina o tribuna, a chi è stato sostituito, a chi è fuori da tanto… un qualcosa che continuo a coltivare, ancora e ancora, che mi dà comunque forza perché sono consapevole di avere avuto con me, come risultato, sempre grandi gruppi”.

Il più /2
“Quell’intensità che lì in campo chiedo sempre al 100%: mi piacciono e dunque insisto sempre sulle esercitazioni in campi ristretti, che so, cinque contro cinque, intensità e aggressività”.



“Democratico”
“Me la sono proprio messa in testa questa cosa qui, lo spiegare – sempre – a chi sta fuori il perché. Lo so, di energie così ne devo dedicare sempre tante, inevitabili al momento i musi lunghi però alla fine sento/avverto che mi accompagna una grande credibilità, tanto più che hanno proprio le gambe corte le bugie: ogni domenica è sì dura, ma è questa la strada che preferisco”.

In panca
“No, non mi piace star lì a urlare e sbraitare, con la squadra preferisco un approccio positivo e propositivo. Magari le tre-quattro vere incazzature durante l’anno ci stanno e ci devono pure essere, però se lo fai tutti i martedì, non sei credibile, no”.



Le “mie” squadre
“Le voglio sempre aggressive, che siano proprio… fastidiose. Sempre dunque grande pressione, continui raddoppi, con in testa sì l’attacco, ma in caso sapendo essere pure pragmatici, se c’è da difendere si sta lì, l’ha fatto pure il Real Madrid di Ancelotti, pensa noi. Quel che più ancor conta oggi, specie con i cinque cambi che l’hanno proprio svoltato il calcio, è il saper leggere le partite, partite che a loro volta ogni volta ne contengono parecchie altre”.

Eh, i giovani…
“Sì, tanti dicono che non sono più quelli di una volta, che non hanno voglia di fare i sacrifici che pure io so di aver fatto (esempio: ai tempi del settore giovanile di Brescia dovevo in tutto prendere due treni e sei pullman per andarmi ad allenare). Andrò magari controcorrente ma io ne ho trovato diversi e ne continuo a incontrare di giovani che ce l’hanno ancora dentro il sogno di fare calcio, che si dedicano, che vogliono migliorare, che accettano e ascoltano i consigli, resto fiducioso. Certo, ora hanno un potere che noi non avevamo, in quattro devono giocare, in rosa almeno dieci, facile dimenticarsi d’essere … giovani”.



Nessuno se l’aspettava
“Tornando sulla panchina del Caldiero, fantasticavo che sarebbe stato proprio bello provare ad arrivare sino ai playoff, come avevamo fatto in passato e certo nessuno, proprio nessuno, pensava potessimo vincere. Però, alla fine dell’andata, dopo 19 partite, eravamo lì, a due punti dalla prima, chissà. C’erano sì squadre più forti di noi tecnicamente, però abbiamo continuato a star sempre lì ed è stata la nostra davvero una storia a lieto fine, pure una bella storia, in gruppo ce ne sono una decina che hanno un loro lavoro: abbiamo meritato ed è stato mentalmente che siamo stati più forti di tutti”.

E adesso?
“Beh, ho anch’io il mio lavoro, operatore ecologico come si suol dire, netturbino insomma. Diciamo che in prospettiva del prossimo anno sono riuscito a trovare un compromesso, proverò sì a fare l’allenatore al 100%, mettendoci speranza ma pure realismo, nel mondo del calcio ci sono da una vita, non è che… mi fido proprio del tutto. Con l’azienda ho trovato così un accordo, lavorerò part-time, tre giorni la settimana, continuerò ad avere i contributi e dal punto di vista economico ci ha pensato il presidente a compensarmi per quel che rinuncerò dall’altra parte. Una strada intermedia insomma e penso di poterle gestire le due cose: sarà così dal mercoledì in poi che sarò proprio allenatore a tempo pieno”.