Intervista a Filippo Corti

Scritto il 27/06/2024
da Tommaso Franco


Capo delegazione Italia U17

Filippo, tre aggettivi per descrivere questa vittoria con l’U17…

Storica

Meritata

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Quali sono le emozioni che hai visto nei ragazzi e quanto è importante sapere gestire mentalmente una vittoria?

Un’insieme di emozioni che hanno creato un’emozione comune, un gruppo che mi ha riportato indietro a quando i rapporti erano “offline” e più autentici.

Gestire una vittoria è molto importante. Non dobbiamo mai dimenticarci che, quando qualcuno vince, c’è qualcun altro che perde. A quest’età è necessario capire l’importanza di non eccedere ma è anche giusto vivere appieno la gioia di una vittoria senza varcare i confini della lealtà, del rispetto e dell’educazione. Il nostro è stato un gruppo molto disciplinato, che ha seguito sia i modi che i tempi che venivano dati. In un percorso come questo, vincere è stato importante per proseguire con grande entusiasmo il cammino stesso dell’Europeo . L’età di questi ragazzi è un’età di grandi energie, di grandi entusiasmi e di grandi goliardie ma il gruppo ha sempre rispettato i momenti vissuti dagli avversari. In questo la maglia azzurra gioca un ruolo fondamentale, è una grande responsabilità.



Il ruolo di un dirigente in un settore giovanile, così come in Nazionale, è profondamente legato a quello dell’educatore. Che figura sei per questi ragazzi?

Sicuramente il ruolo del Capo delegazione impone da statuto degli obblighi; far rispettare le norme di comportamento, i principi e i valori della Federazione, conoscere e promuovere la storia e l’identità della maglia azzurra. il Capo delegazione è poi, di fatto, un collante tra lo staff tecnico, lo staff sanitario, quello organizzativo e la squadra stessa. Tutte le figure che ruotano attorno alla squadra hanno come principale obiettivo quello di mettere i ragazzi nella miglior condizione possibile e di aiutarli nel loro percorso di crescita come atleti e come uomini.

L'allenatore pensa a migliorare i ragazzi tatticamente e tecnicamente, il nutrizionista si prende cura cura degli aspetti legati all’alimentazione, il kit-manager pensa a tutta la parte relativa all’abbigliamento dentro e fuori dal campo e così via. Io, come Capo delegazione, a tutti i membri dello staff chiedo sempre di pensare anche a tutto quello che sta attorno alla prestazione, anche se so benissimo che non è una cosa “dovuta”. Si tratta invece, a mio avviso, di un preciso compito che si prende il Capo delegazione di una Nazionale, il quale fa le veci del Presidente federale a livello istituzionale ma allo stesso tempo deve cercare la strada giusta per mantenere sempre l’equilibrio. il Capo delegazione è anche colui che deve cercare di trasferire una sorta di codice di comportamento. È una figura educativa che a me piace chiamare ancora “dirigente accompagnatore”.

Riuscire ad accompagnare i ragazzi in questa delicata fase della loro vita e del loro percorso dà l’opportunità di vivere tantissime emozioni insieme e di stringere legami molto intensi. Vincere significa anche darsi l'opportunità di passare più tempo in gruppo e di creare relazioni più naturali e durature. La parola “accompagnatore” è sicuramente la parte più importante di questo ruolo. Accompagnare significa sorreggere, stimolare… sempre ricordando loro di essere dei ragazzi privilegiati che hanno l’opportunità di viaggiare e vivere esperienze di vita, non solo sportive. L’attenzione ad essere curiosi è uno degli aspetti che cerco di trasferire loro; rendersi conto di quello che c’è al di fuori del campo e dello spogliatoio. Sono certo che se i messaggi  che mandiamo sono trasferiti bene, tornano indietro con gli interessi anche a distanza di anni. Io ne ricevo ancora oggi da ragazzi che avevo alla mia prima esperienza da Capo delegazione. Uno di questi è Giacomo Raspadori. Ogni ragazzo, poi, è storia a sé e con ognuno di loro si ha un rapporto “su misura”.



Torniamo all’Europeo: una vittoria meritata con un secco 3-0 in finale al Portogallo. Sentivate che l’impresa era possibile?

Credo che il sogno di vincere l’Europeo sia iniziato al termine della fase Elite in Finlandia, quando abbiamo battuto Olanda, Belgio e abbiamo pareggiato con la Finlandia, qualificandoci al primo posto del girone elite. Questo è stato il momento della “creazione del sogno” perché la fase di qualificazione ad ottobre, a dire il vero, non era stata così semplice; ci eravamo qualificati come secondi, avevamo perso con la Grecia, non eravamo partiti bene.

In Finlandia, invece, con la squadra c’è stata da subito un’alchimia particolare. C’erano delle buonissime sensazioni, si era creato il mood giusto.

Forse abbiamo iniziato a credere che saremmo potuti arrivare fino in fondo non quando ci siamo qualificati matematicamente alla seconda partita della fase finale contro la Slovacchia, vinta per 2-0, ma vincendo anche la terza  partita contro la Svezia. Con la qualificazione in tasca, perdevamo 1-0 e alla fine abbiamo vinto 2-1 con due gol nel finale. La consapevolezza è poi arrivata dopo i quarti di finale, vinti ai rigori contro l’Inghilterra. Credo sia stata questa la svolta definitiva che ci ha permesso di giocare poi al massimo contro Danimarca e Portogallo. Non credevo che avremmo vinto 3-0 in finale, ma la gara è stata preparata ed approcciata nel migliore dei modi.

La rosa di questa Nazionale è una rosa dalle notevoli prospettive, composta da calciatori e ragazzi di grande valore. Mister Favo e lo staff tecnico hanno fatto un lavoro straordinario, componendo una rosa coraggiosa, con 4 ragazzi del 2008 che hanno giocato un Europeo da protagonisti. L’U17 non ha mai vinto prima questa manifestazione e mi è piaciuto sottolineare ai ragazzi che sono entrati a far parte, con merito, della storia della maglia azzurra.

L’importanza del gruppo, dei rapporti tra i ragazzi. Raccontaci un po’ i legami che hai visto stringersi lungo il percorso con questa squadra.

La cosa bella è stata la coesione di squadra particolare. Chi ha giocato meno, chi è stato convocato anche solo per la parte finale, è riuscito comunque ad entrare nel gruppo e sentirsene parte integrante. Tutti sono stati accolti bene e tutti si sono calati nella realtà di una squadra forte non solo tecnicamente. C’era grande empatia anche se durante gli allenamenti ci è capitato addirittura di frenare il loro agonismo. Finito l’allenamento, tutti fratelli.

La forza è stata il gruppo, senza alcun dubbio.Siamo tornati in Italia il giovedi e la domenica sarebbero poi iniziate le fasi finali del campionato U17. Molti di loro si sono ritrovati avversari dopo qualche giorno. Milan-Roma, Empoli-Inter… Lo stesso gruppo di Campioni d’Europa pochi giorni dopo si giocava la fase finale del campionato. Tra loro c’è sempre stata grande serietà in campo e se qualcuno, per fatica o inesperienza, stava per perdere la strada maestra, il gruppo faceva cerchio attorno a lui per riportarlo dentro.